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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Testi

Antonella Cilento,

Cartolina da Napoli

Biblioteca del Quarto del Priore, Certosa di San Martino a Napoli.

Fra i tuoi racemi di piante bibliofile, sulle sontuose mattonelle di ceramica vietrese, nascosto dal tromp-l’-oeil barocco, sta, invisibile da questo scatto, il più bel panorama del golfo.

Qui se ne stava nascosto il Priore, mentre nel 1656 la peste devastava la città, e riceveva in visita il pittore Micco Spadaro, fortunato ad aver ricevuto committenza degli affreschi della magnifica Sacrestia proprio durante la catastrofe: sulla collina, in queste stanze, il morbo non attecchì mai. Merito dell’aria, dei giardini, del vento e della campagna che divideva il Vomero dalla città.

Mentre il governo spagnolo edificava lazzaretti – uno di fronte a Nisida, isola di sirena destinata o ai morti o, come accade oggi, ai carcerati – da questa biblioteca, nascosta nella Certosa di San Martino, il Priore governava il mondo di Dio e delle lettere. Duplicato ideale dei sontuosi giardini di aranci, limoni e rose che scendono a terrazze fino al mare, questo idillio dipinto proteggeva libri.

Accanto, nel cortile di marmi carmali di Cosimo Fanzago, si seppellivano i monaci, il sonno turbato, certo, dalla bellezza sensuale delle statue. Anche la morte in questa Certosa è danza, celebrazione, vita: ricorda Guido Piovene un pranzo qui allestito con l’editore Ricciardi e Gino Doria, impegnati, come nel Satyricon, a strafocare e immaginare il proprio funerale. O viene in mente lo zio di Fabrizia Ramondino in Althènopis, che sul letto di morte voleva il teatro delle guarratelle, scheletrini d’avorio e d’argento, e rideva.

Si narra nei documenti degli antichi Monti e Banchi confluiti nel Banco di Napoli che un medico, per primo, si accorse della peste. Bozzuto, si chiamava. Denunziò i tre marinai sardi ammalati ma, allora come oggi, il vicerè ebbe timore si diffondesse il panico e lasciò il medico a morire coi marinai, nell’ospedale dell’Annunziata. Si uccisero tutti gli animali che abitavano nelle case con i napoletani: cani, maiali, cavalli, pecore e capre. Anche i gatti, gli unici che sarebbero stati utili uccidendo i topi, ma, ai tempi, si pensava che il morbo camminasse su altre zampe.

Una maschera col becco, per proteggere i medici dal contagio, è conservata oggi agli Incurabili: inutile, morivano a decine, strapagati per prendere il posto di altri, due o tre settimane l’aspettativa massima di vita. Fuori le porte della città i seggiari dormivano pensando alle famiglie: ogni mattina correvano per vicoli, rue, lave e piazze a raccogliere cadaveri dalle case. E anche moribondi di cui ci si voleva liberare in fretta. Dei molti parenti non ancora morti e svacantati nelle fosse i napoletani ebbero senso di colpa a lungo: quando un’alluvione li fece rimergere per le strade dalle cave e dalle piscine dov’erano ammucchiati, per esempio. E iniziarono a pregare le capuzzelle anonime delle Fontanelle: negli ossari, la religione perduta di questo popolo pagano e sensibile. Tutto è famiglia, anche i teschi.

Refrisco all’anema de li muorti vostri: date da bere, concedete sollievo ai morti. Le anime pezzentelle, braccia levate al cielo fra le fiamme del Purgatorio, abitano anche nel presepe: il Purgatorio inventato dalla Chiesa nel Medio Evo a Napoli ha una sua declinazione speciale, parla un’altra lingua. Queste anime contano più di San Gennaro, più di Sant’Antonio, che divenne patrono per un anno quando nel 1799 San Gennaro s’appattò con i francesi, dice Dumas, compiendo il miracolo per “li giacobbe”, i giacobini, davanti al generale Championnet. La repressione borbonica iniziò il 13 giugno, Sant’Antonio appunto. Era iniziata qui, dietro la Certosa, l’ennesima Rivoluzione fallita di Napoli, su Castel Sant’Elmo. E guardando l’azzurro dal Quarto del Priore e dalla Piazza d’Armi di Sant’Elmo una giovanissima Marguerite Yourcenar nel 1925 concepì il primo e l’ultimo dei suoi romanzi, Anna, soror, cupa e passionale storia d’incesto fra due fratelli spagnoli all’ombra del viceregno.

A tutto questo penso sempre, e a molto altro, passeggiando a San Martino. Prendo spesso la misura con le ruote delle carrozze reali, parcheggiate davanti alle vetrate dei giardini, pronte a spiccare il volo nel cielo terso e fiammingo della città: le ho viste enormi da bambina, ora le osservo con contegno, sono più alta io. E vengo qui a prender sole anche nelle giornate plumbee dell’inverno: fuori tempesta, dentro la pace greca distillata dal Mediterraneo.