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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 13

 settembre 2016

Testi

Antonella Cilento

Odierna vita infame di Pollicinella Cetrulo

A pancia all’aria, con il fazzolettone al collo lercio, le gambe squadernate e la fessura del pantalone slacciata, Pollicinella se ne sta addormentato sulla pietra del Molo dell’Immacolatella.

Passano per l’antica Dogana manovali cinesi, croceristi svizzeri e tedeschi, femmine dalla maschera tragica affaticate dal sole. Una trattoria vicina, famosa per il pesce fresco, sta pulendo i tavoli. Insetti fulminei svicolano dietro le mura lerce e spicconate, consumate di muffa, rosicchiate dal sale e dalla nafta.

Osceno, imbrogliato ma ingannevole, panzuto, ronfante, sfacciato, cannaruto e zezzuso, sicuramente rattuso: l’elenco delle qualità di Pollicinella è sonoro. Sopravvissuto agli oscuri fescennini, alle commedie osche, alle ritualità greche, costretto a farsi francese per i francesi, spagnolo per gli spagnoli e tedesco per i tedeschi, Pollicinella è soprattutto rassegnato al vero e all’immutabile: si sa, in mare, come recita spesso, non ci stanno caverne.

Perché, chiariamolo, lui è mangiatore di pesce ma non pescatore, servo ma non represso, sconfitto ma senza convinzione: non prenderebbe mai il posto di un manovale cinese, di uno degli ormai rari pescatori, perché nel porto di Napoli non si pesca (a Baia, in Costiera o, meglio ancora, in Cilento, a Marina di Camerota: là, almeno il pesce non sa di cherosene, non è cresciuto ad avanzi industrial-chimico-fecali). E nemmeno lavorerebbe, in generale: Pollicinella non è faticatore, si stanca subito, tiene la 104, si fa male. Al massimo, fa causa perché si è rotto un piede, si è lesionato il collo: cose così, che si ottengono simulando la gravità di un incidente con la moto, con l’auto.

Pollicinella è pure fetente: se qualche malacarne gli chiede di fare cose sporche lui le fa, basta che non rischia e viene pagato ampressa ampressa. Basta che ci sta coccosa ‘a magnà.

A fare bene Pollicinella, però, stavano meglio i nonni e i nonni e dei nonni suoi, perché con un re, con un viceré, con uno che mette su il capestro, avvita le teste sugli spalti e ti appende nella gogna è più chiaro di chi bisogna avere paura. Adesso la paura è globalizzata: con chi te la fai? Con il sindaco che è più Pollicinella di te? Con il camorrista? Eh, ma quello ad alti livelli manco li vede i Pollicinella come a te. Con il cardinale? Non tiene più il prestigio di una volta e nessuno si fa scrupolo più di fare peccato.

Sicché, da alquanti decenni, Pollicinella è depresso assalissimo: non sa che pesci pigliare, in quali caverne cercare riparo, a che santo votarsi (pure san Gennaro sta avvilito: gli volevano finanche fottere il tesoro suo; e sarebbe stato una fottitura legale, analgesica).

Così non gli resta che starsene abboffato di aria e di niente: un niente che fa schifo, però, perché non è né caso rattato, né vino annevato, né un trionfo di pesce piovuto dal mare.

Ai Pollicinella di oggi gli attoccano i surgelati, i bastoncini di pesce, le cosce di pollo, ‘o surimi ‘e mammeta, le merendine azzeccose delle multinazionali. Ognuno è povero a modo suo nell’epoca sua: in questa Pollicinella è chiatto, obeso per cibo industriale, forse va in dialisi, capace che gli propongono una chemio, oppure si vende un rene.

E chissà se era più felice il nonno del nonno suo, cronicamente affamato, lo stomaco azzeccato alla spina dorsale, la paura nel cappello ma una voglia di fottere continua: sì, perché oggi Pollicinella, a botte di farmaci e residui di supermercato, capace che è pure impotente.

Impotente, incazzato ma con lo smartphone, perché oggi il regno dei cieli prevede uno smartphone per tutti.

Di fare serenate non se ne parla più, il mandolino sta in soffitta, le guaglione appendono Pollicinella su wozzàpp: un vafanculo stretto stretto, che deve passare svelto fra le unghie da rifarsi, Uomini e donne e il parrucchiere, appuntamenti rapidi, che il tempo è denaro e la vita è stress.

A Pollicinella ci piacesse di morì: ma anche questo non è scontato, nel senso che costa.

Incenerimento, loculo, trasporto. I parenti.

No, no, meglio a campà: tanto domani, poi, c’è sempre un altro giorno. Uguale preciso a questo.