logo fillide

il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 01

 settembre 2010

Saggi e rassegne

Barbara Ricci

Burchiello sgangherato e senza remi

Rassegna bibliografica di alcuni fra i contributi più recenti, con quattro sonetti e una (parziale) tenzone

Domenico di Giovanni detto il Burchiello nasce a Firenze nel 1404 e muore a Roma nel 1449. Il padre era legnaiolo e la madre tessitrice e cucitrice. Riuscì ad avere bottega di barbiere in Calimala, nel cuore della vecchia Firenze. Il soprannome viene dal cantare alla ‘burchia’, cioè alla rinfusa, a caso, dal modo in cui venivano caricati i burchi o burchielli, barche adibite al trasporto delle merci.

Nel sonetto che segue un ritratto di famiglia; il primo verso sono le parole che Burchiello rivolge a uno dei suoi fratelli:

«Va’ recami la penna e ‘l calamaio»;
dice fratelmo «Che sarà? Sonetto?
Or va’vi tu, che mi voglio ire a letto,
ch’io mi lievo a buon’otta e sto al beccaio».
(mi alzo di buon’ora e faccio il garzone dal macellaio)
I’ vo e torno e tempero l’acciaio,
quivi a sedere al fuoco, sol soletto,

e apena son posto in sul deschetto,
(tavolino da lavoro, qui scrivania)
che mie madre si lieva dal telaio
e vienne su a me istando un poco,
e sì mi dice «Andrestine a dormire?
Che fa’ tu qui colla lucerna al fuoco?
Dè sta’ su, che non postù mai udire, (non mi stai mai a sentire)
dè va’, che non ci nocci, mal bizzoco!»; (che tu non ci faccia danno, ipocrita)
e to’ le molli, e sì lo vuol coprire. (prende le molle e vuole spegnere il fuoco)
I’ gliele piglio dicendo «Oltre a ordire,(torna al telaio)
che poi vi pagherèn di raperonzoli». (con le rape)
E quella va, dicendo « Va’, che sbonzoli». (vaneggi)

(LXXV, Sonetto del Burchiello al fratello)

Le ricerche d’archivio più recenti smentiscono o almeno ridimensionano due miti persistenti nella biografia del poeta: il mito dell’esilio politico e il mito della bottega. L’immagine di Burchiello, avversario dei Medici, costretto ad abbandonare Firenze per Siena al rientro di Cosimo nel settembre del 1434 non trova riscontro nei documenti, non risulta infatti il suo nome negli elenchi di coloro che vennero in qualche modo puniti dal potere ricostituito. E’ molto più probabile che sia emigrato per debiti, come attestano le sue vertenze con il tribunale di Firenze e l’esperienza della prigione, descritta nel sonetto che segue (BOSCHETTO).

Lievitomi in sull’asse come ‘l pane, (il tavolaccio è letto in prigione come le assi per il pane)
ma non posso ire al forno come lui:
ècci quattro cantucci tanto bui
ch’andando mi fo lume colle mane;
e parto colle zanne come ‘l cane,
io non me le lavai po’ ch’io ci fui (con il vino)
e sonci a petition ben so di cui, (dopo aver presentato petizione e pagata la gabella B. sarà liberato)
ma n’ho posto silentio alle campane.
El corpo m’urla spesso e fa rimbombo, (i brontolii dello stomaco vengono scambiati per il tubare)
onde un dì mi rispose una colomba
la qual credette ch’i’ fussi un colombo:
e sbucò il capo e guardò giù la tomba,
poi prese un volo giù diritto a piombo
e volò infino a mezo e tornò a bomba.
«S’io avessi una fromba,
diss’io – lasconaccia vadinera,(espressioni oscure)
i’ ti farei col cavolo stasera.»

(LXXVI)

Anche il mito della bottega di barbiere come luogo di ritrovo poetico e centro di incontro per i letterati del tempo (SEGRE) non trova conferme, nemmeno nel corpus burchiellesco, dove la scrittura viene presentata sempre in ambiente domestico. In effetti però Burchiello conosceva i maggiori letterati del tempo, fra cui appunto l’Alberti. Per quanto poi riguarda l’ultimo trasferimento da Siena a Roma, sembra plausibile che Burchiello si sia unito al seguito del pontefice Eugenio IV, giunto a Siena da Firenze nel marzo del 1443 e che quindi si sia trasferito a Roma nel settembre dello stesso anno (BOSCHETTO).

Del barbiere poeta circolarono per lungo tempo scarse notizie biografiche che alimentarono il proliferare di interpretazioni diverse, fino a farne un personaggio – maschera, protagonista di vicende immaginarie. Fra i tanti il Carducci che con la sonettessa Il Burchiello ai linguaioli (1857) fa del poeta un prestanome per polemizzare contro il purista Fanfani, già colpito con il sonetto Pietro Fanfani sta nelle postille (CRIMI).

Una complessa tradizione testuale

La fortuna della maniera di Burchiello in vita e dopo la sua morte è testimoniata dal grande numero di seguaci e di imitatori che fecero del corpus burchiellesco un testo aperto, liberamente contaminato, in un’ottica di artigianato poetico, una bottega, questa sì, della poesia (PASQUINI). L’edizione critica dei sonetti di Burchiello a cura di Michelangelo ZACCARELLO (Einaudi, 2004) è stata quindi l’esito di un impegno complesso e difficile, per il grande numero dei codici e il caos nell’ambito delle attribuzioni.

Zaccarello pubblica, emendata e dotata di apparato delle varianti, la vulgata quattrocentesca, cioè il libro pubblicato a Firenze nel 1481 per i tipi di Francesco di Dino. E’ una soluzione che non pretende di ricostruire un libro d’autore, probabilmente irraggiungibile, ma mette davanti al lettore la nuda testimonianza delle fonti.

L’attenzione filologica e linguistica consente al curatore di spiegare con puntualità i singoli testi, rivelando che il riferimento culturale di Burchiello non è tanto o non solo la tradizione letteraria, ma la novellistica, i proverbi, i modi di dire vernacolari, la letteratura di beffa e di carnevale (GIUNTA).

Rimare alla burchia

I testi composti alla burchia, quelli più significativi e caratterizzanti, sono però numericamente minoritari rispetto a quelli più tradizionali, in linea con la ricca tradizione comico-realistica toscana: sono cioè un’ottantina su duecentoventitré.

Cappucci bianchi e bolle di vaiuolo
et un quarto di miglio et un di bue
feciono che Narciso parve due
specchiandosi nel fondo di un paiuolo;
e non credo che avesse tanto duolo
il re Priam nelle fortune sue
quant’io conobbi nel gridar d’ un grue
perché un frate l’avea posto a piuolo. (piantare in asso, allude alla gru che sta su una gamba sola)
E le ciriege avean fatto l’uova, (erano ridotte a noccioli)
siché tra’nipitegli di Plutone (palpebre)
già triomphava la salsiccia nuova:
ond’è che gli Empolesi ebbon cagione (colpa)
che que’ che danno le civaie a prova (prestano le leguminose)
facessin l’amiraglio al badalone. (da specchio alla malora)
Questo seppe Mugnone
e riparò al corso della luna (corso del fiume ma anche della luna)
empiendo di cazzuole la Fortuna. (cazzuole ma anche girini, la Fortuna come cornucopia, quindi probabile doppio senso osceno)

(XXVIII)

Rimare alla burchia significa innanzitutto usare una forma chiusa, il sonetto caudato, uno schema canonico e ripetitivo. L’esordio prevede di solito un accumulo di soggetti, accostati in modo incongruo; la comparsa del verbo è ritardata al secondo o al terzo verso; la quartina è chiusa e si conclude in modo tradizionale; la seconda quartina è una variazione della prima; le terzine introducono di solito un cambiamento di tono o uno sviluppo narrativo; la coda è un apologo o una sentenza.

Le irregolarità sono logico-sintattiche: la correlazione fra termini incompatibili, le sinestesie, la rottura della concatenazione causa effetto o quella del prima e del dopo, gli sviluppi o le associazioni analogiche sull’ambiguità semantica dei vocaboli, la deminutio parodica della citazione dotta (qui lo specchio di Narciso ridotto a un paiolo, lucido come lo ha lasciato dopo aver mangiato tutto e il re Priamo sofferente per la sua sorte). Ossimoro e paradosso sfidano la linearità logica del testo, sfruttando appunto la polivalenza e ambiguità dei termini (ZACCARELLO).

La berta della loica

I testi di Burchiello si rifanno anche a una tradizione di satira e parodia del sapere tradizionale, come il sonetto farmacopeico che segue e che gioca sull’accumulo di ingredienti paradossali (ZACCARELLO):

Chi guarir presto delle gotte vuole
facci questa mia nuova medicina:
un fiel d’una lumaca mattutina
e polvere di zaccher marzaiuole, (il fango sui panni, frequente in marzo per la pioggia abbondante)
e tre spiragli d’ombre e tre di sole
cotti nel sugo di spugna marina (acqua di mare)
con midollo di canna e di saggina, (aria: la canna e la saggina sono cave)
con questi t’ugnerai dove ti duole.
Dopo questa unction ti fo l’unguento,
vuolsi compor di cose più sottili
che risolvi di fuor le cose drento:
grasso di grilli e gromma di barili (incrostazione che non si forma nei barili, ma nelle botti)
e sospir d’amoroso struggimento
e rastiatura di ragion civili. (raschiatura del diritto civile)
E se al bere t’aumili
un bicchier d’acqua santa di Bephana, (
il giorno dell’Epifania)
non suderai di quella settimana.

(CIII)

La satira del falso sapiente si accompagna alla rivendicazione di un linguaggio concreto e corporeo, che rifiuta le griglie interpretative prestabilite e irride alla lunga serie di pseudoargomentazioni filosofiche che nella concatenazione insistita perdono di rilevanza e che erano tipiche della tarda scolastica. Questa tradizione polemica era preesistente al Burchiello ed è stata definita da Antonio LANZA la berta della loica, cioè la presa in giro della logica pseudoaristotelica. Interi sonetti burchielleschi sono concepiti come serie di domande apparentemente paradossali, ma che nascondono in realtà una soluzione banale oppure, più spesso, oscena (ZACCARELLO).

La tenzone di Burchiello con Leon Battista Alberti ha queste caratteristiche.

Comincia l’Alberti, rivolgendosi a Burchiello sgangherato e sanza remi e chiedendo qual è

un animal che non si stima
a cui grattargli il mento torna vivo:
quando è più morto, e più feroce grida.

(LIII 12-14)

E Burchiello risponde:

questo è l’uccel che getta le piumate
e che per l’occhio del cocuzol pate
la dolcezza che molti induce a stremi.

(LIV 6-8)

Burchiello, in un altro sonetto, a sua volta pone all’Alberti una serie di domande:

qual è la carne che cocendo fa
el savor s’ella stessi ne lavaggi? (produce il sugo se posta a cuocere nelle pentole?)
Ancor ti priego che chiarir mi deggi
quale è l’uccel che mai non becca et ha
in gorga sempre e nel calcetto sta: (il gozzo pieno e nascosto in un cantuccio)
tu ‘l de’ saper, po’che tu studi in leggi.

(LV 3-8)

Non si conosce la risposta dell’Alberti.

Burchiello e l’inventario del mondo
Alcune interpretazioni

Emilio PASQUINI definisce la poesia di Burchiello una scomposizione della realtà nei suoi elementi e una loro ricomposizione in una realtà diversa, tra visionaria e onirica.

Michelangelo ZACCARELLO parla di una liberazione del linguaggio, di un recupero della realtà a partire dalla parola. Il godimento di questo genere di poesia nasce dalla condivisione e dalla disponibilità del lettore a farsi coinvolgere dall’estemporaneità dell’allusione verbale e dal gioco. C’è una logica da scoprire nei versi, quella associativa, una sorta di sviluppo radiale del vocabolo, grazie a fenomeni quali l’aequivocatio lessicale, il bisticcio derivativo, la iunctura ossimorica o paradossale. Emerge in Burchiello uno stretto contatto con la realtà materica delle cose il cui correlativo linguistico è una dimensione strettamente denotativa del linguaggio che, escludendo il simbolismo proprio della cultura tardomedievale, si rende disponibile al travisamento e all’equivoco.

Claudio GIUNTA confronta la tecnica di Burchiello con quella delle fatrasies rilevando una serie di analogie nell’elaborazione dei pensieri e delle immagini. In entrambi i casi i poeti dichiarano di aver visto oggetti ed eventi che con fanno parte quindi di un’enumerazione caotica, ma recuperano, facendone la parodia, la retorica di un genere come quello della visione.In secondo luogo, non offrono il quadro statico di una situazione, ma raccontano una vicenda, configurandosi come poesia narrativa. L’accumulazione ha luogo nella trama di un evento presentato come reale: è, per così dire, una festa dell’immaginazione, un’immaginazione discorsiva che costruisce storie, non puri elenchi, prima che una festa del linguaggio. Questa analisi porta a ridimensionare la proposta di una poetica dell’oggetto o poetica metonimica per la poesia di Burchiello.

La poesia di Burchiello è stata messa in relazione con le più recenti forme del nonsense otto-novecentesco, con le quali condivide alcune strategie espressive. Secondo ZACCARELLO questi due linguaggi poetici sembrano basati su una comune trasgressione di base: collegare in maniera conforme al discorso tradizionale elementi del tutto irrelati o incongruenti rispetto alla materia verbale e agli operatori logici impiegati.Il fatto che la letteratura del nonsense propriamente detta abbia una tradizione recente e prevalentemente inglese non fa altro che rendere più curiosa la convergenza. A ben vedere, la vasta fortuna dei Sonetti del Burchiello (ne sono state indicate riprese dirette in Mellin de Saint Gelais e Lope de Vega) potrebbe avere contribuito a introdurre nella poesia inglese alcune strategie espressive destinate a riemergere in quella grammatica del nonsense che si afferma nel corso dell’Ottocento ed è ben sintetizzata, in ambito inglese, dagli studi di Wim Tigges e Michael Heyman.

Bibliografia

I sonetti del Burchiello (2004) a cura di M. ZACCARELLO, Einaudi, Torino (con ampia introduzione)

ZACCARELLO (a cura di) «La fantasia fuor de’confini». Burchiello e dintorni a 550 anni dalla morte (1449-1999), Atti della giornata di studi (Firenze, 26 novembre 1999), Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2002

BOSCHETTO L. (2002), Burchiello e il suo ambiente sociale: esplorazioni d’archivio sugli anni fiorentini, in ZACCARELLO (2002)

CRIMI G. (2005), L’oscura lingua e il parlar sottile. Tradizione e fortuna del Burchiello, Vecchiarelli, Roma

GIUNTA C. (2004), A proposito de I sonetti del Burchiello, a cura di Michelangelo Zaccarello (Torino, Einaudi 2004), in “Nuova rivista di letteratura italiana”, VII 1-2 (2004), pp.451-476

LANZA A. (1990, seconda edizione completamente rifatta), Polemiche e berte letterarie nella Firenze del primo Rinascimento (1375-1449), Bulzoni, Roma

PASQUINI E. (1991), Le botteghe della poesia, Il Mulino, Bologna

SEGRE C. (2000), Burchiello, il barbiere che giocava con le parole, in “Corriere della Sera”, 29 dicembre 2000

ZACCARELLO M. (1996), La dimensione vernacolare nel lessico dei Sonetti di Burchiello, in «Cuadernos de Filologia Italiana», III (1996), pp. 209-219

ZACCARELLO M. (2007), Burchiello e i burchielleschi. Appunti sulla codificazione e sulla fortuna del sonetto “alla burchia”, in Gli irregolari nella letteratura, Atti del Convegno di Catania (31 ottobre-2 novembre 2005), Salerno Editrice, Roma, 2007

ZACCARELLO M. (2010), Una forma istituzionale della poesia burchiellesca: la ricetta medica, cosmetica e culinaria tra parodia e nonsense, in «Nominativi fritti e mappamondi». Il nonsense nella letteratura italiana. Atti del Convegno di Cassino (9-10 ottobre 2007), a cura di ANTONELLI G. e CHIUMMO C., Salerno Editrice, Roma, 2010