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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 02

aprile 2011

Saggi e rassegne

Davide Peterle

Di paladini, giganti, re e di libertà. Il Morgante Maggiore raccontato da Manganelli

I frequentatori di biblioteche sanno a cosa mi riferisco: quel passeggiare con sguardo intento sugli scaffali, estraendo di tanto in tanto un libro, che ci ha attirato per il titolo, per l’autore, o anche per il colore. In tempi di digitalizzazione dei sistemi bibliotecari, queste sognanti passeggiate dinnanzi ai libri sono state sostituite da fredde consultazioni di banche dati, ma pur cambiando il mezzo, l’animo del perdigiorno da biblioteca rimane intatto («[…] serba ogni pianta della sua radice / benché sia tralignato il frutto poi», Morgante, XXVI, 83). Ed è proprio con questa disposizione d’animo che ho scoperto nella biblioteca civica di Bolzano il libro di cui brevemente scriverò.

In realtà, il giorno di questa scoperta, ero mosso da interessi contingenti, ovvero leggere un testo intorno al Morgante Maggiore del Pulci, che mi potesse aiutare a centrarne la presentazione per una platea di studenti. Soprattutto si agitava nel mio animo una domanda, tanto grave quanto spesso inutile: perché? Perché, in una giornata di autogestione indetta per protestare contro la “riforma” dell’Università voluta da un’avvocatessa di Brescia – giornata sorretta quindi da motivazioni non solo legate all’attualità, ma anche urgenti – avevo scelto di leggere agli studenti un testo come il Morgante, non solo bizzarro, ma campione d’inattualità? E fu con questa domanda che aprii il libro in questione, dal titolo UN’ALLUCINAZIONE FIAMMINGA – Il Morgante Maggiore raccontato da Manganelli, a cura di Graziella Pulce, Edizioni Socrates, Roma 2006.

D’un tratto tutto fu chiaro, la risposta che forse già stava dentro di me si concretizzò. Nell’introduzione, la curatrice cita un articolo di Manganelli uscito sul “Il Messaggero” nel 1986, di cui riporto alcune righe.

Ho sempre amato questo poema quattrocentesco, che è uno dei libri più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libraccio ridanciano, drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico, un divertimento ed un lavoro di calcolata dottrina. Ci sono libri che dànno una litigiosa sensazione di libertà, per il loro destino un poco periferico, che li fa restare ai margini delle storie ufficiali, scolastiche: sono libri un po’ bastardi, […] hanno del canagliesco. È bene che una qualsivoglia sensazione di libertà abbia un che di canagliesco. […] Aprire un certo libro – in questo caso il Morgante – è assolutamente ingiustificato; appunto questo è un gesto libero…

Ecco la risposta, ecco il perché: «perché non c’era alcuna ragione per farlo»! Più che soddisfatto, ho intrapreso l’avventura di leggere questo libro, che è una guida, un po’ riassunto e un po’ spiegazione, di questo incredibile poema che è il Morgante.

Riordinati e trascritti i testi dalla curatrice, il libro riporta le quindici puntate della trasmissione “Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci raccontato da Giorgio Manganelli”, andata in onda nella primavera del 1972, sul Programma Nazionale della Radio (esperienza analoga a quelle di Calvino e Giuliani, che sempre alla radio presenteranno letture guidate rispettivamente dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata). Dopo la prima sensazione di nostalgia – più precisamente nostalgia per qualcosa di mai vissuto, per un’epoca in cui poteva capitare di accendere la radio e tuffarsi nel mondo fatato e fatale di paladini, re e maghi (invece di essere accolti, come capita oggi, dalle avvilenti nenie di sedicenti artisti, fantocci nelle mani dell’industria musicale) – mi sono buttato nella lettura.

Il fatto che si tratti di una lettura guidata, quasi l’autore ci accompagni per mano, aiuta a non perdersi nella fitta selva di avventure, personaggi e luoghi che con animo divertito e commosso il Pulci ci presenta. (La selva di cui parlo non sarà certo così fitta come quella del Furioso, ma ugualmente intricata e folta!). Senza cedere ad alcuna pedanteria da letterato, vista anche la natura divulgativa dell’opera ed in primis delle trasmissioni radiofoniche, Manganelli inframezza alle ottave da lui selezionate pezzi in prosa che raccordano il filo della narrazione tra un brano e l’altro e, come detto prima, a tratti spiegano l’intento dell’autore. Soprattutto traspare come Manganelli partecipi alla materia trattata col gusto medesimo del Pulci, con il piacere di attraversare le sconfinate e lontane, ma spesso quanto mai vicine, terre di Paganìa, di perdersi nel mondo sacro e furfantesco dei paladini, coloro che difesero e salvarono la “Cristianitade” dalle orde dei Saracini. Dico furfantesco perché alcuni di loro, specialmente Rinaldo, hanno ben poco di sacro, anzi sono rappresentati come inesausti avventurieri, incostanti amatori (quanti cuori spezzeranno in Paganìa…) e specialmente come gran sbruffoni e mangiatori a ufo. È così che Manganelli ce li descrive già nella “prima puntata” (così si chiamano i capitoli, che seguono l’ordine originario delle trasmissioni radiofoniche), nella quale ci presenta anche l’altro grande protagonista: il cantastorie, che da ormai sei secoli (siamo nel Quattrocento) troviamo nelle piazze di ogni borgo o città d’Europa a narrare le gesta di questi uomini d’arme.

Si parte così, di ottava in ottava, alla scoperta dei personaggi: del fedele Orlando, uomo tutto d’un pezzo; del re Carlo, vecchio e rimbambito, raggirato ad ogni pie’ sospinto da Gano di Maganza, il traditore, il motore oscuro ma quanto mai necessario di tutta la vicenda; di Rinaldo, giovane ed esuberante, un’anarchico, come mi piace pensarlo; dei vari Ulivieri, Riciardetto, Berlinghieri, Turpino, e di tutti gli altri cavalieri e regine che affollano il poema, a cui il Pulci dona il suo tocco ora ammirato e commosso, ora sorridente e scherzoso. Irrompe poi il personaggio che darà il titolo all’opera, Morgante, questo gigante che, coi suoi modi spicci e le sue cialtronerie, ma anche con la sua generosità e simpatia, ci accompagnerà non solo lungo tutto il poema, fino alla sua morte bizzarra (un gigante, che col suo battaglio di campana sfracella e spappola Saracini a non finire, muore per il morso di un piccolo granchio!), ma anche per il resto della vita. (Che non mi si prenda per patetico, Morgante è per sempre!).

E sarà proprio seguendo le peripezie di Morgante che incontreremo l’altro grandioso personaggio di quest’opera: Margutte. Concedetemi di perdermi un momento ancora su questi due figuri. Morgante, che per alcuni canti viene lasciato in disparte a badare alla dolce regina Meridiana, innamorata di quello sciupafemmine di Ulivieri, ricompare poi in quella che è l’avventura più singolare ed estrosa del poema, accompagnato da questo strano personaggio che non troviamo in altri cantari, ma che è il frutto della fantasia e della vena poetica del Pulci: appunto il mezzo gigante Margutte. Brutta gente s’incontra nelle selve d’Oriente, già il primo sguardo è tutto un programma:

vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.

Che faremmo noi a questo punto? Immagino che ci scosteremmo attendendo che questo balordo passi avanti. Morgante, fortunatamente, è di altra pasta: si siede su di un sasso e lo aspetta. L’individuo si presenta:

[…] – Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d’esser gigante,
poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto:
vedi che sette braccia sono appunto. –

Il nostro gigante lo prende come compagnone, ma c’è un’altra cosa che è bene sapere: qual è la fede di questo mezzo gigante? Risposta:

[…] – A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma soprattutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede; –

Non par certo uno stinco di santo questo mezzo gigante! Manganelli qui fa parlare le ottave, libere: Margutte, con dovizia di particolari, descrive le sue credenze affatto alimentari e tutti i peccati di cui è stato capace. Con un tipaccio del genere, Morgante non può che andare a nozze; e così i due si allontanano verso Bambillona, alla ricerca di Orlando, ma soprattutto alla ricerca di cibo. È la parte in cui, come dicevo prima, Manganelli interviene meno spesso (d’altro canto non è buona educazione interrompere cene a base di liocorno, di testuggine o di liofante, oppure la spassosa scena nell’osteria del Dormi1), così fino alla morte dell’ottimo Margutte. E come potrà andarsene da questo mondo siffatto ribaldo? C’è solo un modo: scoppiando dalle risate. Morgante, per fare uno scherzo e per vendicarsi delle villanie di Margutte, nasconde gli usatti che il compagno portava, e mentre costui li cerca, fatalità, vede una bertuccia che li ha calzati:

[…] Non domandar se le risa gli smuccia,
tanto che gli occhi son tutti gonfiati
e par che gli schizzassin fuor di testa;
e stava pure a veder questa festa.

 A poco a poco si fu intabaccato
a questo giuoco, e le risa cresceva,
tanto che’l petto avea tanto serrato
che si volea sfibbiar, ma non poteva,
per modo e’gli pare essere impacciato.
Questa bertuccia se gli rimetteva:
allor le risa Margutte raddoppia,
e finalmente per la pena scoppia;

Piange il tenero Morgante e seppellisce in una grotta il compagno d’avventure, rammaricandosi di non poterlo menare al suo Orlando.

La narrazione prosegue tra avventure in luoghi “strani”, amori e guerre, fino a convergere nella fatidica Roncisvalle, dove si consuma il sacrificio di Orlando e degli altri paladini. Il nostro narratore ci accompagna così all’ultimo atto, facendoci notare come, pur mantenendo le caratteristiche proprie della sua ispirazione, il Pulci abbia mutato animo, cambiando atteggiamento e stile. Esemplificativo è l’episodio del diavolo Astarotte, che, evocato dal mago Malagigi, ha il compito di trasportare Rinaldo dall’Egitto, dove l’aveva portato il suo spirito vagabondo, al luogo dell’ultima battaglia. Diavolo “loico”, Astarotte disserta di teologia e geografia, smentendo la leggenda del “mondo sanza gente”, e si fa portatore di un messaggio di tolleranza religiosa, questo sì, quanto mai attuale. Per ragioni di narrazione Manganelli omette queste ottave, dandoci però un’idea di questo viaggio descrivendolo con poche parole: «Viaggio bello, aereo e magico, interrotto solo da fastosi conviti».

Nel frattempo la battaglia inizia. Mille vessilli sventolano nel cielo, mentre risuonano nei campi avversi i discorsi di Marsilio, re di Spagna, e di Orlando. Manganelli interviene più spesso in quest’ultima parte per guidarci sul campo di battaglia, attraversato da grida di morte e rimbombi, un guazzabuglio di corpi dilaniati e sangue a fiumi.

Come tutti sappiamo, Orlando muore e viene accolto e glorificato in Cielo. Carlo accorre, richiamato dal terribile suono del corno, ma è ormai troppo tardi. La vendetta, pur tardiva, che ne segue è implacabile: Saragozza, capitale del Regno di Spagna, è messa a ferro e fuoco, gli abitanti passati a fil di spada senza distinzioni, re Marsilio impiccato. Per quanto riguarda Gano di Maganza, verrà squartato, ed i suoi resti gettati:

per boschi e bricche e per balze per macchie
a’ lupi, a’ cani, a’ corvi, alle cornacchie.

Finito è però il mondo dei paladini. La corte di Carlo rimane deserta e il sopravvissuto Rinaldo, seguendo la sua indole, abbandonerà per sempre Parigi e si recherà agli antipodi, a cercare nuovi amori e battaglie, e a battezzare la gente di quelle contrade, seguendo le indicazioni che gli diede durante il magico volo Astarotte, «sire degli inferi». È infine con un’ottava sorridente che l’autore conclude la lettura del poema e congeda il nostro cantastorie, Luigi Pulci:

Ben so che spesso, come già Morgante,
lasciato ho forse troppo andar la mazza;
ma dove sia poi giudice bastante,
materia c’è da camera e da piazza;
ed avvien che chi usa con gigante
convien che se n’appicchi qualche sprazza,
si ch’io ho fatto con altro battaglio
a mosca cieca o talvolta a sonaglio.

Libro prezioso questo di Manganelli, che in duecentottantasei pagine ci dà un’idea di questo immenso poema. Dico “ci dà un’idea”, perché sono convinto che la volontà di fondo sia quella di indurre il lettore a leggere il poema per intero, o quanto meno a procedere nella lettura tenendo sempre vicino il testo originale, così da soffermarsi e gustare interi cantari. Esempio di quest’intento, e con questo concludo, è a mio parere l’episodio del padiglione di Luciana, che troviamo nel cantare decimoquarto. La bella Luciana, figlia di re Marsilio, s’innamora di Rinaldo al suo passaggio per le terre di Spagna. Il destino le darà modo di rivederlo ancora e lei porterà in dono al suo cavaliere uno splendido padiglione. Così lo descrive Manganelli: «Il padiglione è il gran regalo di Luciana per Rinaldo, ed è anche il colpo di grazia; tanta è la bellezza di un infinito ricamo, dove si racconta di dei, di mari, di stelle, di uccelli, di fronde». Non ci si potrà a questo punto trattenere dall’andare a prendere in mano il testo e leggere la descrizione di questa meraviglia: vi sono rappresentati i quattro elementi, e tutti gli esseri che li popolano. Ed è in questo incredibile e magnifico bestiario che il Pulci dà sfogo a quella ispirazione popolaresca e tipicamente toscana che fa del culto della parola pura il suo centro; è in un trionfo di suoni e immagini che l’autore ci descrive gli animali e i pesci che abitano la terra, il cielo e i mari. Come scrive Angelo Gianni: «il più bel bestiario di tutta la letteratura». È in questo episodio che io stesso provo quella sensazione di libertà di cui Manganelli parla nell’articolo citato prima: quell’impareggiabile libertà che si prova la notte, quando dopo le brutture e gli abbrutimenti di ogni giorno, ci si stende e si apre un libro caro, letto e riletto (a quell’ora tarda non si ha voglia di innovazioni!), in questo caso il Morgante, e ci si tuffa nel mare fra balene, sirene e delfini, o si passeggia in compagnia di liofanti e iene, e più ancora si vola alti nel cielo a guardare il sole come suole l’aquila, oppure ci si siede sulle rive di un placido laghetto, a sentir cantare il cigno il suo ultimo canto, e ad osservare qualche altro uccello:

[…] quivi col gozzo e col gran becco aguzzo
si vedea l’anitroccolo e lo struzzo.

Note

1Cito in nota, per non interrompere il filo del discorso, una parte di ottava, rappresentativa del carattere dei due personaggi: Morgante ha già giocato alcuni tiri mancini al compagno, come ad esempio divorare interamente il liocorno e la testuggine, o tracannare due orciuoli di vino che il solerte Margutte aveva rubato a due passanti. Trovato un elefante in mezzo alla via, lo uccidono per farlo arrosto. Boccone duro da mandar giù! Se non del buon vino, ci vorrà almeno un po’ d’acqua. Il gigante dice allora al compagnone di provvedere lui all’acqua. Margutte cede, ma con una certa malfidenza, anche se Morgante pare benintenzionato:

[…] – Va’,
che insino che tu ritorni aspetterò,
e ‘l lïofante intero ci sarà. –
Ma non gli disse: «in corpo il serberò».

“Stupore e furia agitano Margutte”, scrive Manganelli, quando egli si accorge che del lïofante, al suo ritorno, non restano che le zampe.