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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 03

 settembre 2011

Segnalazioni

Diego Marani

Come ho imparato le lingue

Segnalato da Alessandro Scafariello

[Diego Marani, Come ho imparato le lingue, Bompiani, Milano 2005]

Quando la lingua – o meglio, le lingue – sono al contempo svago e studio, intrattenimento e lavoro, chiacchierata e conferenza, il traduttore e l’interprete (sia mai dimenticare la figura rivale) sono due professioni in cui la divisione fra mestiere e tempo libero è talmente labile, che spesso chi la professa ha la sensazione di lavorare anche quando si siede al tavolo della colazione, magari confrontando gli ingredienti dei müsli nelle diverse lingue e, cinicamente, verificandone l’accuratezza. Anche se con la leggerezza di chi va in ferie, il traduttore (o l’interprete) studia anche nel luogo di vacanza. Ogni cartello potrebbe contenere una potenziale parola nuova, un vocabolo prezioso per il lavoro da completare o il vocabolo azzeccato arrivato troppo tardi, quando il lavoro è stato già terminato e inviato al committente. Questa figura è in continuo allenamento ed è condannata all’esercizio perpetuo. Il lato positivo è ovviamente il fatto che questo include una gamma vasta quanto lo stesso concetto di «cultura e tempo libero»: il traduttore e l’interprete sono fra i pochi a non doversi sentire necessariamente in colpa per aver guardato un film, aver letto un libro o aver chattato per ore, nonostante le priorità siano in realtà altre. Ovviamente questo vale solo se la lingua del tempo perso è diversa da quella materna, ma è comunque un lusso che molti non possono permettersi.

I dolori del povero traduttore o interprete sono però dietro l’angolo, ovvero lì, dove si aggira l’uomo comune. Per quest’ultimo, infatti, non solo traduttore e interprete sono termini equivalenti (e tant’è), ma designano un «dizionario vivente», capace di tradurre qualsiasi vocabolo in un batter di ciglio. Peccato che in realtà, il più delle volte, il traduttore/interprete si irriterà per l’ennesima richiesta di tradurre sul momento termini come impalcatura del padiglione auricolare, mentre l’uomo comune si annoierà trovando estremamente pedanti le richieste di definire meglio il contesto o, peggio ancor per lui, innescherà un monologo con l’interlocutore, che per indefiniti minuti analizzerà il termine, specificando le eventuali sfumature di significato fra una lingua e l’altra. Un’altra rilevante distinzione fra traduttore/interprete e uomo comune è il concetto di conoscenza delle lingue: il primo tenderà a minimizzare la propria competenza anche in caso di un livello C1 certificato, per il secondo conoscere un po’ di una lingua non significa altro che due parole. Senza contare situazioni di questo genere:

Uomo comune: «Ah, conosco anch’io un po’ di sloveno. Sono stato una volta …»

Traduttore: «Ah, sì?» – con aria stupita e compiaciuta

Uomo comune: «Sì, tipo… dobra vèčer vuol dire buongiorno, no?»

Traduttore: «Ehm…» – grattandosi una mano in maniera nervosa – «…quasi, vuol dire buonasera in croato… in sloveno è dober večér…»

Uomo comune: «Ah, sì, è vero che adesso sloveno e croato son diventate due lingue diverse…» – con aria da vero esperto.

(Il traduttore, preso dall’estrema situazione d’imbarazzo, eviterà di spiegare che trattasi in realtà di serbo e croato, e che comunque in serbo la parola vèčer perde la r e diventa neutra.)

La situazione però si inverte in presenza del tipo linguista letterato. Per costui il traduttore e l’interprete non sono altro che uomini comuni poliglotti, mentre la tesi dei poliglotti è quella di trovarsi in presenza di persone di grande cultura per quel che concerne autori stranieri e sistemi fonetici in caratteri IPA, ma che non sono in grado di imbastire un discorso con una pronuncia adeguata nelle lingue studiate. Sebbene entrambi siano la stessa cosa per tutti gli altri uomini comuni, è difficile trovare qualcosa di più distante fra queste due tipologie. Distanza di anni luce maggiore rispetto a quella fra traduttori e interpreti, accomunati dal fatto di essere uomini comuni poliglotti.

In sostanza, traduttori e interpreti sono una specie, oltre che rara, anche piuttosto incompresa dai più. Stupisce quindi il fatto che un libro sull’esperienza personale di un interprete nell’apprendimento linguistico abbia ottenuto un così grande riscontro fra il pubblico. La sensazione è che il discorso su uomini comuni e linguisti letterati torni utile per spiegare questo fenomeno, altrimenti inspiegabile. Gli addetti al mestiere sono pochi, il pubblico è invece grande e composto in parte da uomini comuni e in parte da linguisti letterati o gente di cultura in generale.

L’uomo comune, quando non si tratta di un romanzo, sceglie con cura un libro pensando al proprio tornaconto personale. Ebbene, di sicuro per l’uomo comune medio, iscritto per il terzo anno consecutivo a un corso privato di lingua inglese e ancora in cerca di delucidazioni su come non dimenticare la desinenza sigmatica nella terza persona singolare, sarà stato attirato non solo dalle dimensioni tascabili e dalla dimensione piuttosto grande dei caratteri, ma sarà stato inoltre tratto in inganno da un titolo estremamente evocativo: Come ho imparato le lingue. Insomma, finalmente qualcuno si è degnato di dare risposte semplici e miracolose sulla falsariga di Come usare le spezie in cucina o Come scrivere una lettera commerciale. Un vademecum, in pratica. Chissà la delusione del povero malcapitato nel trovarsi fra le mani il racconto di un’esperienza personale, scritto in prima persona e corredato in appendice da ben 20 pagine scritte in europanto. E soprattutto, non trovare alcuna risposta su come apprendere velocemente ed efficacemente una lingua straniera. Chiunque abbia scelto il titolo del libro, che fosse l’autore o l’editore, ha comunque fiuto commerciale.

Lo stesso si può dire circa la scelta di inserire il testo nella categoria saggistica piuttosto che narrativa, traendo così nella rete anche l’interessato e ingaggiato uomo di cultura, attirato da un titolo semplice ed efficace, convinto di trovare fra le mani un prezioso pamphlet su come educare la massa alla cultura e alla coscienza critica nello studio linguistico, affrontando e argomentando, anche qui, i punti chiave per migliorare l’apprendimento delle lingue.

Ebbene no, Come ho imparato le lingue di Diego Marani è un agile libretto, in cui l’autore racconta alcuni aneddoti della propria vita, passata nell’apprendere e migliorare le lingue. Partendo dall’infanzia e con un linguaggio sciolto e informale, talvolta quasi tendente al colloquiale, Marani narra della propria esperienza personale nel e sul campo: i motivi che sono dietro alla sua futura carriera di interprete presso l’Unione europea, i luoghi di apprendimento e studio, le lingue incontrate e affrontate, i soggiorni all’estero per il perfezionamento, lavoretti estivi compresi. Solo leggendo tra le righe di questo racconto si potranno scorgere gli elementi principali che Marani tenta di portare alla luce, ovvero la curiosità, la pratica, la memoria, ma soprattutto l’esperienza. Questi elementi sono necessari per poter anche affrontare tematiche di un certo peso, esterne al contenuto del libro, come per esempio la didattica delle lingue. Perché non basta cercare il metodo migliore per rendere gli scolari padroni di una seconda lingua o di una lingua straniera, ma è necessario anche, e soprattutto, stimolare in loro questi ingredienti, altrimenti il lavoro sarà vano e i risultati deludenti. In ogni caso, innamorarsi dell’insegnante può ben essere uno stimolo, ma al contempo, anche reclutando un esercito di insegnanti di bell’aspetto, è difficile che ciò faccia presa su più di tre discenti e, in ogni caso, un innamoramento non durerà un intero ciclo scolastico.

L’autore avrebbe potuto benissimo trattare l’argomento con uno stile serioso e accademico, verosimilmente con un voluminoso studio, con il rischio che però rimanesse fine a se stesso. Invece, seppur mettendo alla prova il lettore, è riuscito con ironia e uno stile discorsivo a raggiungere un pubblico più ampio.

Proprio il modo leggero, per certi versi quasi provocatorio, con cui sceglie di affrontare temi altrimenti seri e sul limite del noioso (e spesso così tecnici da scontrarsi anche con un tipo di cultura più filosofica o comunque retorica), ma anche il coraggio di proporsi al pubblico come una figura fuori dagli schemi, lo ha portato alla creazione di un gioco linguistico chiamato europanto, esempio di “lingua” che occupa le ultime 20 pagine del libro. Marani è consapevole che le critiche circa questo esperimento linguistico sono dietro l’angolo, per questo motivo definirà questa lingua sintesi (o miscuglio) fra alcune più note lingue indoeuropee del nostro continente, un semplice “gioco”. Il tabù del mescolamento fra le lingue è tra i più vitali e ancora oggi un’innocente interferenza linguistica è in grado di suscitare diversi tipi di reazione, dall’ilarità allo sdegno. L’europanto abbatte provocatoriamente questo muro e fa confluire in sé il meglio (o il peggio) del tedesco, dell’italiano, del neerlandese, del francese, dello spagnolo e dell’inglese. E nonostante ciò, l’identità e le radici dell’autore non vanno mai perse, dall’incipit ambientato nella pianura ferrarese, al Romagna meine in conclusione del racconto in europanto, sino alle ultime battute finali del libro:

«E ogni sera, quando canto sotto la doccia, almeno per il tempo d’un boiler io sono francese, inglese, finlandese, olandese o sloveno, con la bestemmia rigorosamente in ferrarese se mi cade sul piede la bottiglia dello shampoo.»

Perché la Sprache im Affekt è pur sempre legata alle proprie radici.