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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 11

 settembre 2015

Testi

Enrico Sturani

Ordinaria fantascienza ovvero un sabaudo al minbencula

[ Ripubblichiamo qui, per gentile concessione dell’autore, la parte del libro, dedicata alla collaborazione con il Ministero del beni culturali, di Enrico Sturani La cultura delle quisquilie – un cartolinaro al minbencula, edito da bibliohaus nel 2011 a cura di Massimo Gatta. Di alcuni testi di Sturani sulle cartoline abbiamo parlato nel n. 9 della rivista nella rassegna Cartoline, a cura di Luisa Bertolini; con questo numero iniziamo la collaborazione con questo collezionista, scrittore e artista, massimo conoscitore del mondo delle cartoline. ]

Ma chi mi credo? Son mica il solo ad avere 100.000 cartoline

Al San Michele un illustre cultore di antica fotografia inaugura una sapiente mostra di dagherrotipi e altre sparute gelatine di una Roma sparita. La pappardella inaugurale è tenuta dai dirigenti dei competenti settori del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali (che d’ora in poi, per brevità, chiamerò Minbencula; altri mi hanno suggerito una ‘m’ finale, ma avrebbe potuto suonare come un accusativo. Fate conto che sia il nome di un insospettato pianeta).

All’uscita Luigi Ceccarelli, con il suo solito entusiasmo sperticato, appena un filo sotto la presa per i fondelli, mi presenta come il Genio della cartolina a Gabriele, il più raffinato dei suddetti dirigenti: non più che tanto impressionato, lui controbatte che anche loro, in quel della Fototeca, hanno una collezione di circa 100.000 pezzi. È la conferma ufficiale di certe voci che da un po’ circolano nel mondo dei cartolinari.

Che vorrà dire ‘congruità del prezzo’?

Prima di recarmi alla Fototeca, telefono a Furio per avere una verifica. Sì, hanno comperato il materiale di Candilera, che ben conoscevo, avendogli venduto, per la sua avanzatissima collezione su Brindisi – dove è nato – un certo pezzo su cui sbavava: lui stesso mi offrì 70.000 lire (e si era nei primi anni ’80!).

Ecco la storia: la vedova, rimasta con alcuni quintali di cartoline sulle braccia, si rivolge proprio a Furio; questi, ben conoscendo i cassetti che Candilera si portava dietro di Convegno in Convegno, valuta il tutto 100 milioni, ma aggiunge: “Puramente teorici, perché nessun commerciante vuole accollarsi tre quarti di pattume”.

La vedova, per vie sue, giunge al Minbencula ove, non sappiamo (ma possiamo immaginare) come, combina la vendita per 250. Telefona quindi a Furio: “Bell’amico sei!”. Invece di sentirsi imbarazzato, lui si preoccupa piuttosto di sapere se il malloppo è già stato consegnato. “Porto tutto domani”. “Quindi non le hanno ancora contate”. “No, d’altra parte sono ‘circa’ 100.000 e le prendono così, sulla fiducia”. “Allora, se permetti, vengo subito da te; ne scelgo un migliaio e ti dò un paio di milioni”. Di fronte al grasso che cola, chi si tira indietro? E così, seppure in fretta, Furio dà una bella scremata: il resto divenga pure un bene culturale.

Ma perché non andiamo a Vienna?

Forte di queste conoscenze, mi reco finalmente all’ufficio indicatomi; sono accolto da una bella signora che, per il look e le movenze, d’ora in poi chiamerò “la Tacchinona”. È lietissima di conoscermi, ha letto la recensione del mio volume sulle cartoline di Mussolini apparsa su “Il sole 24 ore”, proprio accanto alla segnalazione che a Isera (TN) è sorto il Museo della Cartolina: “Bisogna assolutamente andarlo a vedere” gurguglia; io la raffreddo chiedendo se qui a Roma ha già visto quel che c’è in collezioni pubbliche, come al Museo del Risorgimento; mi squadra come fossi un beota: dimentico forse che una missione Fuori Sede, per quanto pretestuosa, è ben pagata? Ma non si smonta: sullo stesso giornale è annunciata pure un’importante asta di cartoline a Vienna: “Ci andiamo insieme?”, mi propone garrula. “A fare che?”, chiedo io: non mi ha appena detto che le loro non le ha ancora nemmeno viste tutte? Come fa a sapere cosa comprare?

Quando i cassetti son troppi son troppi

Chiedo di poter dare un’occhiata al materiale: si tratta di una serie di cassetti in legno, estratti da una cassettiera che risulta stranamente assente; in parte sono stati svuotati (molti stanno buttati in uno sgabuzzino), per trasbordarne il contenuto in classificatori metallici per schede bibliografiche; gli uni e gli altri sono accatastati all’interno di un armadio-loculo non proporzionato a nessuno dei due tipi di contenitore.

Capisco che i cassetti lignei, in parte ancora impacchettati, sono l’oggetto originariamente acquisito e che, per semplici ragioni logistiche, furono fatti viaggiare isolatamente, invece che entro il mobile che li conteneva: i cassetti sciolti entrano in macchina, mentre per la cassettiera si sarebbe dovuto pagare un trasportatore. Il motivo del trasbordo dai cassetti di legno ai classificatori metallici deriva da una seconda esigenza logistica presentatasi in loco: tutti non sarebbero entrati nel mobile metallico di ordinanza, mentre i classificatori, più lunghi e stretti, permettono di occupare in modo più completo lo scarso spazio a disposizione.

Quale la conseguenza di questo trasloco e trasbordo? I cassetti lignei non recavano alcuna indicazione esterna, ma il loro stesso ordine nell’originaria cassettiera corrispondeva a quello della collezione nel suo insieme; ora ne andrebbe ricostruito l’ordine attraverso la verifica del contenuto. Impossibile: per guadagnare spazio, gli eventuali vuoti nei cassetti sono stati inzeppati con materiali provenienti dal sopravanzo del trasbordo dal ligneo al metallico. Questo quanto all’ordine.

Quanto alla conservazione fisica, appare evidente che, nei cassetti di legno le cartoline poggiano di costa sul fondo piano, mentre il loro bordo superiore resta sotto al livello del cassetto, permettendo anzi di sporgere ad opportune schede divisorie annuncianti un cambio di tematica, di provincia o di altro omogeneo raggruppamento. Nei classificatori metallici le cartoline poggiano invece su certi rilievi, adatti a ricevere le schede, ma non le cartoline; inoltre, rispetto al bordo del contenitore, le cartoline risultano sporgenti, trovandosi esposte ad accidenti vari quando i classificatori vengano, sempre per ragioni di spazio, sovrapposti.

Ci vuole ordine. Purchessia

Faccio presente che, se questo “bene” deve essere conservato decentemente e magari pure reso consultabile (il che mi pare il fine minimo per un Ente Pubblico), occorre anzitutto ricostituire un ordine logico dell’insieme (vuoi quello originale, vuoi un altro da discutere); successivamente occorre far corrispondere ogni ripartizione o sottoripartizione a un album a fogli mobili di plastica trasparente (i cassetti sono più pratici per un venditore, gli album per chi voglia vedere le cartoline nell’insieme dei loro vari raggruppamenti). Scossi i bargigli, la Tacchinona, mi lancia un’occhiata sprezzante: ma cosa credo? la misteriosa sigla ICDC della sede in cui mi trovo è per l’appunto l’Istituto Centrale per la Documentazione e il Catalogo, e catalogare è affar loro. Infatti da oltre 5 anni stanno mettendo tutto sul computer. “Ma con quale ordine?” mi permetto di chiedere. “L’ordine delle cartoline; infatti, come prima cosa, le abbiamo tutte numerate al dorso, e ora ne abbiamo già descritte ben 5.000” (cioè mille all’anno, che fa una media di 3-4 pezzi al giorno). “E fate una scheda per ogni cartolina?”. “Sì, certo, che cosa credi?”. Controbatto che, nel caso di gruppi ben omogenei (i pezzi di una medesima serie, o persino, ad esempio, 485 gattini fotografici anni ’50 o 382 vedute del Colosseo stampate in fototipia a inizio secolo) mi sarebbe sembrato più logico e rapido, almeno in un primo tempo, fare una sola scheda; così come si fa per i lotti che vanno ad un’asta. Apprendo che no, “Bene Culturale” è ogni singolo pezzo. Le chiedo se allora l’Enciclopedia Treccani deve essere classificata con 36 schede, più quelle per gli indici, le appendici e gli aggiornamenti. Non raccoglie la provocazione.

Mi mostro estremamente interessato alla computerizzazione delle cartoline, problema che so importante, ma che io non mi sono mai posto seriamente: hanno fatto apprestare un programma particolare? Quale esperto cartofilo hanno consultato? Poiché, per la maggior parte, la loro collezione è di vedute urbane, hanno chiamato a collaborare un geografo, un architetto, un urbanista? Dal suo sorrisetto capisco che sto dicendo belinate. “Noi usiamo la Scheda dei Beni Culturali”. Le cartoline sono quindi assurte ai fasti dell’Aura che circonfonde le più pregiate opere d’arte, i più storici documenti: la scheda per classificarle è la ‘Scheda F’, la stessa usata nei campi più elevati, ma tra loro diversissimi, come il David di Michelangelo, un Caravaggio, un sesterzio romano, i Cipressi-che-a-Bolgheri, il Palio di Siena. Come presidente dei cartolinari mi sento lusingato, ma ancora stento a capire; chiedo dunque che me ne apra una sul monitor.

Appare la n° 78923: “Peretola. Stazione Ferroviaria. Editore: Tabaccheria Maria Rosa Cecchetti. Messaggio: Cari Saluti, Peppino. Data minima: 1905. Data massima: 1950”. Altre numerose caselle che, non essendo un sadico, ho qui tralasciato, segnalano decine di altri dati. Non sto ad obiettare che sulle cartoline viene chiamato ‘editore’ il semplice committente; mi soffermo invece sulla datazione: è estremamente corretto, quando non risulta una datazione precisa, indicare una forchetta di anni; ma se, per un avorio carolingio, uno scarto di cinquant’anni rivela la sapienza dell’esperto (e ancora), per una cartolina, in mezzo secolo c’è di tutto. Provo con un altro caso: la 12.336 è una riproduzione della Gioconda; come autore, ovviamente, è segnalato Leonardo; magari fosse vero: io sarei ricchissimo.

Mentre sto guardando, pieno di stupore, quello che mi pare un monstrum, entra l’addetta all’input. Tiene in mano una cartolina dell’interno delle grotte di Postumia; una cosina che ogni cartolinaro lascerebbe cadere nel cestino dei rifiuti; la didascalia è stampata al dorso e nell’immagine non compaiono persone. È venuta per un consulto. “Nella descrizione – chiede – devo menzionare ‘stalattiti’ oppure ‘stalagmiti’?”.

La cartolina viene presa capovolta dalla Tacchinona, poi la rigira, poi di nuovo: ogni volta ne risulta un sovvertimento delle coordinate alto/basso: quelle che erano stalattiti divengono stalagmiti e viceversa. È un problema. Dall’ufficio accanto chiamano a consulto la Pratolini. Solo dopo una ventina di minuti di discussione, la solerte inputtatrice riparte autorizzata a non accennare in scheda ad alcun elemento secondario.

Vengo poi a sapere che in 13 regioni gli stessi sovrintendenti dei Beni Culturali hanno rifiutato di usare questa scheda unificata, in quanto metodologicamente più vicina al letto di Procuste che alle moderne esigenze classificatorie. Ma, in fondo, se qui vogliono perder tempo in modo inutile, è affar loro.

Dal problema della scheda descrittiva, torno quindi a quello dell’ordine della collezione. Non sarebbe stato meglio, prima, dare un ordine logico alle cartoline? “Ma un ordine c’è: quello della numerazione progressiva che abbiamo apposto al dorso di ogni pezzo”. Che importa se le cartoline relative alla nevicata romana del 1902 stanno sparse in 7 cassetti? Tanto il computer – vero deus ex machina -, se batto Roma e poi nevicata (ma questo termine sarà stato menzionato? e come?), mi vengono fuori tutte insieme”.

Io resto sbachelito; qui la concezione del tempo è quella che mi rivelò 30 anni fa il direttore dei lavori della Sagrada Familia: “El tiempo non conta, el tiempo es nada; terminaremo en un año, en diez, en un siglo, sempre gloria a Diòs!”. Che importa se un ricercatore, per vedere 12 cartoline dovrà scartabellare in 7 cassetti diversi?

La Tacchinona ha un rigurgito acido

Eppure la cosa non mi va giù e torno all’idea degli album: ai fini della consultazione, solo l’album consente di avere sott’occhio tutte insieme quelle nevicate romane, o tutti i ritratti della Bell’Otero. A questo punto la Tacchinona è colta da un rigurgito acido: “Ma gli album sono di plastica!” Non so forse che ha il ‘pi acca acido’? Rovinerebbe le cartoline! Tra me penso che c’è poco da rovinare; controbatto che, poiché i filatelici non sono tutti bischeri, se tengono nella plastica pezzi che valgono milioni, vuol dire che si sono posti il problema; infatti è da anni che, seppure più care, esistono delle buste trasparenti fatte con prodotti neutri. “Comunque, ribatte, abbiamo già ordinato 100.000 buste speciali, fabbricate con il fiocco di cotone”. “??!”. “Sì, poichè la conservazione è istituzionalmente uno dei nostri compiti, metteremo ogni singolo pezzo dentro un’apposita busta di carta neutra, al cui esterno riporteremo il numero progressivo che è stato dato alla cartolina”.

Dunque, l’ordine è quello della numerazione progressiva, fondata sulla base casual dei cassetti che, a mano a mano, venivan fuori dall’auto e poi dall’armadio; su questo non ci piove: i numeri sono matematica, e questa non è un’opinione! Le loro buste poi proteggono anche dal nefasto influsso della luce; che importa se sono di ostacolo agli eventuali studiosi? Le loro ‘C’ indicano ‘Centrale’ e ‘Catalogo’. La consultazione non è un fine istituzionale.

Mi rendo conto che al Minbencula ragionano su tempi lunghi, di secoli più che di anni: al ritmo di 3-4 pezzi schedati al giorno avranno messo tutto in computer fra altri 5-6 anni; allora potrà cominciare l’imbustatura e ne avranno per un altro decennio. Come scrisse il Foscolo in un momento di profetica lucidità: “Lavoro eterno, / paga il Governo”. I miei consigli per accelerare i tempi (imbustando perlomeno insieme i doppioni o le serie conservate nella loro custodia originaria) cadono nel vuoto: quella certa serie di 6 pezzi avrà diritto a 7 (dico sette) buste (una anche per la custodia); quanto poi ai pezzi identici, essendo stati numerati al dorso progressivamente, ormai sono uno diverso dall’altro!

Sturani ha proprio delle idee bislacche

A parte alcune mazzette qua e là, i doppioni sono un 10% circa. Non sarebbe meglio metterli tutti da parte e usarli, cambiandoli con qualche commerciante, per completare i settori che si rivelano più deboli? Ma come posso solamente pensare una cosa simile? I Beni Culturali sono inalienabili!

Mi viene poi un’altra idea, che servirebbe per ritrovarsi gran parte del materiale studiato, e decentemente schedato, senza spendere una lira: accordarsi con alcuni professori di architettura, urbanistica, storia dell’arte, geografia ecc., affinché diano delle tesi di laurea sull’immagine di una località, su una tipologia architettonica, sulla diffusione dell’opera di un certo artista nelle cartoline . “Ma non tieni conto, mi interrompe, che noi non possiamo autorizzare gli studenti a fare le fotocopie delle cartoline!”. “Forse potrebbero fare delle fotografie”. “Quelle può farle solo il nostro laboratorio e le vendiamo facendoci pagare il diritto d’autore!”. A casa mia l’autore è il fotografo che ha ripreso quel certo paesaggio che fu poi stampato in cartolina, e non l’impiegato del Minbencula che rifotografa la cartolina. Ma lasciamo perdere; il giorno in cui qualche avente diritto si sveglierà, se ne accorgeranno da soli.

Parlando poi con altri ricercatori che hanno messo naso all’ICDC, dò loro occasione di raccontarmi qualche barzelletta: il Colonnello (ora Generale) Della Volpe, andato a cercare vecchie foto di soggetto militare, trova classificato come granatieri un gruppo di pompieri; segnala l’errore e si dice disposto a correggere altre didascalie eventualmente erronee; “Non è possibile – è la risposta -; poiché l’immagine è schedata così, non possiamo mica mutarne la didascalia!”. Gli ermeneuti si tengano avvertiti: la verità consiste nell’adaequatio alla Scheda Generale (sacra e intangibile).

Un tale va a cercare le cartoline del suo paesello: battendone il nome, sono apparse sullo schermo una dozzina di schede; ovviamente, se queste sono virtuali, il reperimento dei pezzi corrispondenti è aleatorio; il tapino chiede allora di poter avere una stampata delle schede. Gli viene porta carta e penna…?! “Sa, la vecchia stampante si era guastata e quella nuova non dialoga con il programma del computer; tanto sono solo una dozzina…”. Da qualche giorno l’imputtatrice non viene più a sottoporci i propri dubbi: il suo computer emanava una sorta di sibilo; per prudenza era meglio non usarlo. Oggi è finalmente venuto il tecnico. Lei gli spiega il tipo di sibilo stando poggiata in posa plastica al proprio tavolo di lavoro. Accende. “Ecco, sente?”. “Signora, provi a sedere più eretta, spostando il gomito dalla tastiera”.

Di fronte a continui problemi di questo tipo, l’idea di accordarsi con le banche locali dei vari paesetti sparsi per l’Italia, per far fare delle pubblicazioni che studierebbero e valorizzerebbero questi “beni” non può suonare che peregrina: “Ma noi possiamo fare, e vendere, solo fotografie in bianco e nero; non le diapositive”. Il motivo mi resta imperscrutabile. State contenti umana gente al quia, / che se possuto aveste noscer tutto, / mestier non era parturir Maria. Lasciamo perdere e mettiamoci al lavoro: mi aspettano 100.000 cartoline tra cui selezionare quelle destinate a una grande mostra sulla Cartolina in Generale.

Lo stato del cantiere

Comincio, doverosamente dalla n° 1 e vado avanti; già dopo pochi cassetti ho la concreta verifica dei seguenti fatti:

a) l’ordine è quello di un sito archeologico dopo il passaggio dei barbari, ma ogni rocco di colonna, ogni statua, persino ogni sasso o grumo di terra è stato numerato meticolosamente (si fa per dire: un 10% dei pezzi non porta alcun numero);

b) non si tratta di una vera e propria raccolta, ma di un fondo commerciale, come risulta chiaro dal fatto che le cartoline sono inserite in bustine di plastica (quelle almeno a cui non è stata tolta, per occupare meno spazio e preservarle dal ph acido, salvo esporle alla polvere); su queste risultano applicati quelli che mi vengono definiti “misteriosi bollini adesivi” (i commercianti usano opportuni codici cifrati, sia per non doversi sempre adeguare alla svalutazione della lira, sia nel caso che vogliano fare il prezzo a seconda della faccia del cliente);

c) si tratta di un fondo commerciale non rinnovato da anni e in cui il fior fiore è stato ormai scremato, come risulta dalla totale assenza dei settori più ricercati, come il futurismo, la RSI o l’aviazione; sono invece pletorici i settori che nessuno colleziona, come i generici volti muliebri, le riproduzioni d’arte, i bimbi buoni; per non parlare delle cartoline lucide, straniere per giunta, degli anni ’50-’60; comunque c’è una grandissima ricchezza di regionalismo italiano, rimasto invenduto a causa dei prezzi da capogiro segnati sui singoli pezzi;

d) manca l’avanzatissima collezione di Candilera su Brindisi (questa città è però ampiamente rappresentata dai doppioni).

Comunico dunque che, per fare una mostra generale sulla cartolina, occorre procedere ad ampie integrazioni con materiali esterni; io sarei disponibilissimo, anche prestando delle cartoline dipinte a mano da Balla… “Ma noi possiamo operare solo con i Beni Culturali; i tuoi non lo sono!” “In questo caso si deve rinunciare all’idea di una mostra generale”. “Ma come, con 100.000 cartoline che abbiamo! C’è di tutto!” Spiego che, se crede, posso farle il nome di almeno 10 persone che, ben pagate, possono realizzare con i loro Beni la mostra che loro vogliono, ma io non desidero sputtanarmi. Ad un architetto non dici: fammi la villa, ma usa solo e unicamente queste pietre qui.

Alla fine ci mettiamo d’accordo: farò una relazione sul loro fondo e un progetto di mostra che sottoporranno al Superiore Direttore dell’ICDC (pur disponendo all’interno del San Michele di un appartamento di servizio, io non l’incontrerò mai: a volte mi chiedo se esista veramente).

Relazione sul fondo di cartoline Ferro-Candilera

a. Un acquisto significativo

Il Ministero per i Beni Culturali, acquisendo per la prima volta un fondo di cartoline, ha dato un segnale estremamente positivo: finalmente è stato riconosciuto il giusto valore documentario, e quindi culturale, a prodotti multipli a stampa, che hanno meno di un secolo e destinati, al loro tempo, a una larga diffusione. È dunque la prima apertura nell’hortus conclusus dei prodotti artistici, elitari e antichi, e il riconoscimento del significativo valore che la cartolina ha come testimone dello stile, del gusto, dell’immaginario collettivo di un periodo pure a noi vicino, ma di cui, con la morte degli anziani, si va perdendo ogni memoria diretta.

L’ufficiale accoglienza delle cartoline nel patrimonio culturale italiano testimonia un’apertura di interesse verso i caratteri, anche di anonimato e di serialità, che caratterizzano le cosiddette arti minori e i mass media; un’apertura verso quell’intreccio di rapporti tra storia del gusto, storia delle tecniche, storia del costume, storia orale, antropologia culturale, sociologia che caratterizzano il più attuale filone della ricerca storiografica.

b. Caratteri del fondo Ferro-Candilera

Il fondo in questione proviene dalla vedova del dr. Candilera. Originariamente la sua raccolta era costituita da una collezione su “Brindisi” e da una ricchissimo fondo comprendente circa 80.000 cartoline vedutistiche e circa 20.000 cartoline di tematiche varie. La prima collezione veniva puntualmente arricchita con sempre nuovi acquisti, divenendo significativa ed importante, al punto che fu oggetto di ampie pubblicazioni. La restante raccolta, acquisita in blocco (forse in seguito a una donazione), servì invece a Candilera, negli ultimi anni di vita, come fondo commerciale. Portandola a più riprese a convegni commerciali in tutta Italia, essa venne progressivamente depauperata della maggior parte dei settori e dei pezzi più belli, più interessanti o rari. Anche dopo la morte del marito, la signora Ferro-Candilera consentì a un grosso commerciante di selezionare il materiale migliore che ancora restava.

Da questo fondo già così ridotto (quantomeno sul piano qualitativo), risulta scorporata la collezione di Brindisi. Venendo offerto sul mercato privato, questo fondo fu valutato 100 milioni (cioè un terzo della richiesta), ma non trovò alcun acquirente. Esso venne successivamente offerto al Ministero per i Beni Culturali che, senza far compiere alcuna preliminare e specifica expertise, lo acquisì per 250 milioni. Senza entrare nel merito dei motivi che spinsero ad accettare questa valutazione sproporzionata, resta certo ad un tempo il significato culturale dell’acquisizione stessa di un fondo di cartoline, ma anche l’interesse culturale, e non solo collezionistico – relativamente scarso -, dello specifico fondo acquisito.

c. Possibilità e condizioni per la realizzazione di una mostra.

È possibile realizzare mostre di cartoline sia presentando specifiche collezioni già esistenti, sia selezionando per l’occasione materiale di diverse provenienze.

Il primo caso è giustificato quando ci si trovi di fronte a insiemi di alta qualità e interesse, a testimonianze del modo di collezionare proprio dei primi anni del nostro secolo, a collezioni appartenute ad artisti che le montarono con particolari criteri.

In questo senso ricordo la collezione Hélène Meillassoux, ‘legata’ al Museo delle ATP di Parigi: delle 30.000 selezionatissime cartoline, nel 1993 fu presentato in mostra un migliaio, in modo da dare una campionatura di ‘assaggi’ dei più vari generi e tipologie, sempre presentando il meglio, ora sul piano artistico, ora su quello documentario.

Con la collezione creata dal poeta surrealista Paul Éluard, comprata dal Musée de la Poste di Parigi, questo si comportò in modo diverso: ne espose solo una selezione, accanto alle più originali tra le raccolte dei collezionisti attuali.

Il secondo modo di realizzare le mostre è quello solitamente più seguito: una volta scelto il tema della mostra, il privato, museo o ente espositore seleziona il proprio materiale in argomento e lo integra poi, sia con acquisti, sia con prestiti richiesti ad altri enti o collezionisti.

È quanto fu fatto ad esempio per “Futurismi postali”, la splendida mostra organizzata da Maurizio Scudiero per conto dei Musei Provinciali di Gorizia. Il Museo d’Arte di Monaco di Baviera da oltre 10 anni sta lavorando al progetto di una mostra generale sulle cartoline, interpellando musei e collezionisti di tutto il mondo.

Il fondo acquisito dal Ministero per i Beni Culturali, pur ricco di circa 100.000 pezzi, presenta alcune grosse difficoltà se si vuole realizzare una mostra generale: non solo non si tratta di un insieme ‘storico’, e neppure studiato e coerente; inoltre, per le ragioni esaminate, interi settori sono stati ridotti all’osso, in ogni campo sono state tolte le ‘punte’ più belle o significative. Solo nell’insieme delle cartoline vedutistiche, data l’enorme quantità, lo sfoltimento patito risulta meno evidente.

Si è dunque costretti a progettare una mostra che, esulando il più possibile dai settori, gusti e valori collezionistici, possa basarsi su insiemi abbastanza vasti e rimasti meno intaccati. Mi sembra che, in questo senso, le possibilità siano due.

d. Primo progetto: Cartoline di identità: una generazione di italiani tra realtà e immaginario

Si può lavorare su un ampio e valido insieme di cartoline di bambini, su un insieme abbastanza vasto di cartoline relative alla Guerra di Libia e alla Grande Guerra. Dalle varie tematiche si enucleeranno le messe in scena delle opere liriche, i ritratti di varie personalità (divi, re, sportivi…), quelle dei fidanzati e di generiche bellezze muliebri.

Per le regionalistiche si può lavorare su un insieme abbastanza vasto di tipi napoletani, da tutte le altre regioni si enucleeranno le cartoline animate (scene di spiaggia, mercati, passeggio, lavori e mestieri, tipi ecc.).

Certi settori indispensabili sono però quasi assenti o troppo carenti, come il nudo, bagnanti, fidanzati, personalità, sportivi, divi ecc.

La condizione per realizzare la mostra è che vengano colmate queste lacune. Ciò può avvenire in due modi:

1. Scambiare una parte dei doppioni presenti nel fondo con il materiale occorrente, almeno nella misura in cui si riesce a trovarlo presso i commercianti.

2. Accettare il prestito (benevolo e anonimo) di materiali selezionati in decine di anni di ricerche e acquisizioni specifiche da parte di singoli collezionisti.

<Segue dettagliato schema della mostra>

e. Secondo progetto: Nostalgia di novità: il bel paese in posa in mezzo secolo di cartoline illustrate

Lasciate da parte le tematiche, quasi sempre troppo intaccate, si può lavorare sul fondo di regionalismo italiano. Non si darà tuttavia una ripartizione geografica, ma tipologica al materiale. Si lasceranno quindi da parte le vedute, e anche i monumenti del passato e i contesti urbani storici, per portare l’attenzione sulle cartoline che documentano il proprio presente, la modernità, le ultime novità (che pure oggi guardiamo con nostalgia).

Ecco allora, presentate con una fierezza che oggi sovente stupisce, fabbriche con tanto di ciminiere fumanti, congestione di traffico, vari di navi, recentissime stazioni, cavalcavia ferroviari, ponti stradali, effimeri padiglioni di mostre, civettuoli villini borghesi, imbrigliamento di fiumi, moli portuali, rotonde e cabine sul mare, chioschi per la musica, monumenti al re Buono, inaugurazioni di trafori urbani e alpini, di scandalose fontane con naiadi nude .

Saltando dal primo Novecento agli anni ’20, si porrà l’accento sulle nuove cittadine dell’Agro Pontino, sull’architettura littoria, sugli edifici delle colonie marine, dell’ONB, OND, PNF, sugli sventramenti e i rinnovamenti urbani.

Un altro salto e, con le cartoline lucide degli anni ’50, con le prime foto a colori degli anni ’60, troviamo messo in mostra, con patetica fierezza, il cemento della ricostruzione. Ecco i viadotti dell’Autosole, le pensiline delle nuove stazioni, distributori di benzina e autogrill, signorili quartieri come Piazza Bologna e Medaglie d’oro e tutti i Viali Montegrappa di tutti gli Abbiategrasso d’Italia.

Ne emergerà, sin dal primo ‘900, la fierezza per la modernità e la novità che di fatto oggi percepiamo come l’inizio dell’omogeneizzazione del paese, sino al rischio di occultarne le specificità e tradizioni locali.

<Segue dettagliato schema della mostra>

Per il catalogo si devono prevedere anche interventi di qualche urbanista, esperto di sociologia urbana, geografia umana, storia dell’architettura. Sia a livello di catalogo che di mostra, si dovrebbe sviluppare un discorso sulle tecniche di stampa.

Si fa notare che il secondo progetto è più coerente e meglio scandito cronologicamente; può inoltre essere realizzato con una maggior quantità di materiali del fondo Candilera. Anche qui sono però necessarie alcune integrazioni, ricorrendo ad acquisizioni e/o a prestiti specifici. Questo progetto tuttavia, per il grande pubblico, presenta immagini meno suscettibili di immediata immedesimazione (bimbi, fidanzati, divi), e quindi meno accattivanti. Potrebbe quindi necessitare un maggior sviluppo di mezzi espositivi speciali, come ingrandimenti, video, etc.

f. Alcune idee per il futuro

Stante l’enorme mole di materiale del fondo Candilera e la relativamente scarsa qualità e interesse di molti suoi settori, mi permetto di sconsigliare una minuta, puntuale catalogazione e archiviazione di ogni singola cartolina. Mi parrebbe più pratico e logico limitarsi a mettere ordine nel materiale, ricostituendo i nuclei omogenei che si erano spezzati durante il trasporto, integrandovi i materiali che erano rimasti da ordinare; il tutto andrebbe disposto in appositi album; a questo punto, per una prima catalogazione, si dovrebbero considerare come beni unitari da classificare e archiviare i singoli gruppi (costituiti anche da alcune decine di pezzi tra loro omogenei; per esempio, senz’altro, le serie). Ciò permetterebbe una più pratica consultazione del fondo da parte degli studiosi, ai quali potrebbe essere affidata, in un secondo tempo, la schedatura, puntuale e pertinente, delle singole cartoline presenti in ogni insieme. La grande ricchezza di materiale regionalistico potrebbe consentire, prendendo contatti con banche e istituzioni pubbliche locali, di organizzare specifiche mostre e volumi dedicati a singole città o aree geografiche; città per città dovrebbero essere coinvolti in queste operazioni i collezionisti locali.

La fototeca, più che come classificatrice e preservatrice di questo specifico fondo di cartoline, potrebbe porsi, a livello nazionale, come coordinatrice e promotrice di iniziative nel campo della cartofilia. Penso ad esempio a un censimento nazionale dei beni cartofili attualmente presenti – e sepolti – in varie biblioteche, musei, archivi; penso a convegni dedicati agli specifici problemi posti dalla classificazione di beni seriali che, per quantità, superano di gran lunga qualunque altro genere di bene culturale; penso alla discussione dei problemi connessi allo stesso sistema fisico di archiviazione che – ritengo – più che preoccuparsi della preservazione di beni che non necessitano di cure speciali, miri a renderli facilmente consultabili da parte degli specialisti e del pubblico; penso, in questo senso, a una stretta collaborazione con alcune facoltà universitarie come geografia, urbanistica, architettura, antropologia culturale, storia dell’arte moderna, ecc.; penso ancora a convegni dedicati alle specificità tecnologiche e merceologiche delle cartoline, in modo da poter affrontare i problemi di pulizia preventivi a qualsiasi archiviazione (mi pare inutile riporre in apposite buste di carta neutra materiali impregnati di polvere o recanti etichette autoadesive); penso infine alla pubblicazione di testi di riferimento come una bibliografia ragionata, specifiche monografie, mostre in cui far convergere dall’università, dal settore collezionistico, da settori vicini come la storia dell’editoria, della fotografia, il restauro, ecc. tutte le forze cointeressabili.

L’acquisizione del fondo Candilera non dovrebbe insomma condurre alla pratica feticistica di una laboriosa e dispendiosa (almeno in termini di tempo) mummificazione; essa dovrebbe costituire lo spunto perché la Fototeca, iniziando oggi a occuparsi seriamente di questo settore, ne divenga un punto di riferimento vivo e dinamico.

Roma, 22-V-1995

Il modo in cui questa relazione ha agito sulla Tacchinona (rimastane la sola a conoscenza) permette di comprendere il significato dell’espressione “lettera morta”.

La Suprème in Posta

Dei due progetti è approvato il secondo. Lo articolo quindi per benino, facendo uno schema preciso di quello che sarà la mostra: una rassegna della fierezza del cemento, dall’età di Giolitti a quella di Fanfani; si sguazzerà tra spiagge balnearizzate e Cervini che fanno capolino da dietro un condominio, tra viadotti dell’Autosole e autogrill, tra piazze col monumento ai caduti e fontane spartitraffico con schizzo notturno.

Come titolo propongo “Scorcio con villini” e per sottotitolo “L’Italia in posa nelle cartoline”. Il tutto viene suddiviso in due parti, a loro volta suddivise in sottoparti e queste in paragrafi, arrivando a un minuzioso capitolato che prende 4 pagine fitte. Deve essere portato alla firma; quindi la Tacchinona, conscia che la sua Superiore – anzi, Suprème – non ne legge mai più di una o due, procede a una riesposizione riassuntiva.

Me la fa leggere: è una pisciatina che stravolge il senso del mio progetto; comunque mi assicura che questo è solo un pro forma e io opererò sulla base delle mie 4 pagine. Se è così… Il temino ritorna vistato; la Suprème vi ha apportato una sola, a detta della Tacchinona ‘geniale’, variante, nel titolo: sarà “L’Italia in posta”. “In Posta??!!”. Ma perché promozionare un ministero altrui? E poi il fonema “imposta” agli italiani suona iettatorio. Niente da fare. Solo in extremis si riuscirà, per fortuna, a rimettere “in posa” la povera Italia.

Ora occorre formalizzare la posizione mia: mi preparano proprio un bel contrattino. Prevede l’analisi delle loro 100.000 cartoline, la selezione di 3.000 per la mostra (con la “produzione” – perché non “secrezione”? – delle relative “schede didascaliche”), la collaborazione scientifica alla Mostra, la stesura di circa 30 cartelle per il catalogo.

Il tutto è ben pagato, ma non a titolo di diritto d’autore (che scopro non essere non solo riconosciuto, ma neppure conosciuto in amministrazione), bensì a titolo di prestazione di manodopera. Le pagine fornite diverranno esclusiva proprietà del Minbencula e a me sarà precluso ogni loro eventuale riutilizzo – proprio come la sedia fornita da un falegname.

Perciò devo andare all’Ufficio del Registro a far registrare il contratto (costa solo 270.000 lire) e non devo dimenticarmi le marche da bollo, 4 da 70.000. La partenza è subacquea, poi si vedrà.

A lavoro effettuato mi riconoscono qualche altro milioncino di integrazione e promettono che sarà esente da queste forche caudine; ma quando vado in amministrazione mi spiegano che loro il diritto d’autore continuano a non sapere nemmeno che è e che devo quindi tornare all’Ufficio del Registro anche per questo conguaglio. Non tengo più, dò in escandescenze e li mando esplicitamente a fanculo. Nessuno ha nulla da obiettare; solo qualche mese dopo mi chiedono di andare a firmare una rinuncia all’emolumento. Li arimando. Non succede nulla: trovano loro una scappatoia. Per i dipendenti del Minbencula la sola turbativa non è che si chiedano molti più soldi del dovuto, che si faccia un lavoro da cialtroni o che li si insulti; è che li si mandi a f. in forma non protocollabile (perché così devono fare un po’ più di lavoro).

Andare a pice sciegliendo fior da fiore

Chiedo di poter parlare con il futuro allestitore della mostra, per averne un piano preciso, in modo da calcolare quanti pannelli potranno starci, di che dimensioni, e quindi quante cartoline occorreranno. Non è previsto un architetto esterno (io avevo proposto Maurizio di Puolo che è bravissimo): farà tutto uno dei loro, che quindi riuscirò a vedere una volta sola, dopo oltre sei mesi da quando ho cominciato il lavoro. Comunque mi giurano che non ci sono limiti alle cartoline esposte: ne voglio mettere 2.000? bene; di più? meglio. Quando infine parlo con l’Architetto (che naturalmente non ha approntato il minimo schizzo), mi conferma che “non c’è problema” (tanto poi, alla fine lui sarà in Spagna e della mostra si occuperà una ditta esterna scelta – con che criteri? – in extremis).

Avverto la Tacchinona che, passando in rassegna l’intero fondo, tirerò fuori a mano a mano tutte le cartoline papabili, quindi forse 10.000 e che, solo successivamente, da queste enucleerò quelle per la mostra (alla fine 1.500) e quelle per il catalogo (oltre 600). “Non c’è problema”. Come non c’è problema? Tutta la loro schedatura in computer ha senso solo se gli originali vengono rigorosamente mantenuti nell’ordine progressivo indicato al dorso. Tutto quello che tolgo, alla fine dovrà poi venire rimesso esattamente dove era. “Non c’è problema”. Dubito che abbia colto il senso di quanto ho detto, comunque sono autorizzato e questa è la sola cosa che conti al Minbencula: l’Autorizzazione. Quindi, a mano a mano che procedo, mi viene istintivo, non solo di fare il mucchione delle preselezionate, ma, quando càpita, di rimettere Como con Como e la Duse con la Duse (anche se ora sono finite in cassetti diversi); inoltre faccio un mucchietto a parte dei doppioni. Insomma l’ordine numerico se ne va completamente a pice. Provo una certa fierezza sindacale: così facendo garantisco posti di lavoro ai riordinatori per forse altri cinquant’anni.

Alla fotocopiatrice opera un fisico nucleare

Quale presidente dei cartolinari, malgrado tutto, sono contento di avere finalmente l’opportunità di fare uscire la cartolina dal ghetto culturalmente asfittico dei commercianti e dei collezionisti. Perciò, anche se non ho problemi a occuparmi io di ogni aspetto del catalogo, insisto perché si cerchi una personalità della cultura a cui affidare la presentazione; segnalo poi uno storico della fotografia, un architetto, un antropologo e un esperto di antiche tecniche di stampa, affinché curino altrettante parti in cui le cartoline siano esaminate dal loro particolare punto di vista.

Per facilitare il loro compito, una volta giunto a una preselezione di massima, decido di far preparare una serie di fotocopie per ognuno. Capisco che, trattandosi di oltre un migliaio di pezzi, la cosa è un po’ rognosa, ma il Minbencula dispone di un intero plotone di obiettori di coscienza (compreso un laureato in fisica nucleare), a cui il responsabile di ogni ufficio non sembra vero di ordinare le mansioni più manuali.

Il lavoro procede a singhiozzo perché: a) manca la carta, b) si è guastata la macchina, c) il tecnico non è venuto, d) l’obiettore, come dice il nome stesso, ha obiettato e non si è fatto vedere. Poiché ho già contattato i vari professori e questi stanno aspettando il materiale, mi permetto di propormi per andare io stesso a far le fotocopie presso la copisteria più vicina: la cosa è addirittura inconcepibile perché: a) io non sono un dipendente, b) i beni culturali non possono uscire dalla sede del Minbencula, c) non esiste un fondo cassa per piccole spese correnti.

Il tempo passa ma, salvo me, nessuno pare preoccuparsi. Eppure è stata stabilita una data per la mostra, io ho fatto una scaletta precisa dei tempi, e siamo giusti. Scoprirò che la data viene stabilita solo per ottenere il finanziamento, poi può slittare una, due, trenta volte. La mostra, prevista per il marzo del ’96 si inaugurerà nel settembre dell’anno dopo senza che nessuno abbia mai fatto una piega.

Habemus album

Come uomo di cultura a cui far fare la presentazione, pensa e ripensa, sono arrivato a Guido Ceronetti. A lui non possiamo spedire un pacco di fotocopie; né possiamo pretendere che venga al Minbencula a passarsi alcuni cassetti: occorre selezionare poche centinaia di pezzi più significativi, metterli in un bell’album, e andare noi a mostrarglielo.

Attratta da un bel Fuori Sede a Cetona, nel Senese, per una volta la Tacchinona approva l’album; le dò l’indicazione di chi può fornirlo a prezzo scontato (meno di 50.000 lire); non dice di no, ma appare turbata. Lo compro io direttamente pensando che loro poi mi rimborsino.

Pare non sia possibile: il Minbencula ha un unico fornitore per i prodotti di cartoleria e affini. Mi ci porterà la Tacchinona stessa; usciamo e penso si salga sul suo Toyotone fuoristrada (praticissimo dovendo parcheggiare a Trastevere) per andare da un qualche grossista in zona GRA; “No, no, è qui a un passo”: è un normale cartolaio di rione, non fosse che i prezzi sono più salati che altrove. “Tanto, commenta lei, lo paghiamo con dei buoni”. Il sistema mi sfugge, ma deve consistere in “pagherò”, saldati tutti insieme una volta ogni tanto. Perciò, anche se gli ordini sono per migliaia di pezzi, non viene praticato alcuno sconto.

Questo cartolaio, ovviamente non sa nulla degli album; gli dò qualche nome di ditta; si informerà. Passa un mese, passa l’altro, tanto che importa? Finalmente la Tacchinona mi telefona tutta fiera: “Ho comprato l’album!”. “Bene, e in ogni pagina quante cartoline stanno?”. “Quante ne vuoi!”. “Come, quante ne voglio? Ci sono album che tengono 4 cartoline per foglio, altri da 6 e, a seconda dei casi, verticali o orizzontali, del formato piccolo o grande. Le pagine di questo album come sono?”. “Sono grandi, faranno 40 x 50 centimetri e quindi puoi metterci tutte le cartoline che vuoi, anche 10!”

Finalmente, andando al mio lavoro di scartolinatore, vedo il famoso album: ogni foglio è costituito da una sola busta, destinata a ricevere una stampa o una locandina di dimensioni proporzionate, non un numero indeterminato di cartoline buttate dentro alla rinfusa.

Ci toglierà di imbarazzo Ceronetti che, per ragioni di salute, dichiara con rincrescimento di non potersene occupare. Per evitare figure da salumaio non insisto nella ricerca di altre personalità.

Intanto agli altri collaboratori è stato approntato il contratto da piastrellista: alcuni mandano il Minbencula a quel Paese; Angelo Schwarz decreta che farà il pezzo solo perché gliel’ho chiesto io, se vogliono pagarlo, bene, ma lui non gli firma nulla (sarà preso in parola: non solo non verrà pagato, ma solo a 6 mesi dall’uscita del catalogo ne riceverà una copia, invece delle 5 date subito ai collaboratori ossequienti; altre seguiranno, a 9 mesi).

Sono proprio a scartolinare quando telefona Schwarz: per correttezza, l’ignara Tacchinona mette il viva-voce. Per l’intera stanza e corridoio annesso prorompe il vocione di Angelo: in italo-piemontese dichiara che la lettera che gli hanno mandato è scritta su una carta intestata che lui non userebbe nemmeno per pulirsi ‘l cul; che possono andare a farsi f……, che non ha mai visto ‘na roba parei!

Un autentico alveare

L’orario del Minbencula è continuato, sino alle 14. Solo due giorni, il martedì e il giovedì, alcuni tapini resistono sino alle 16. Il lunedì e il venerdì, di solito, sono riservati alla malattia. Io, abituato ad alzarmi tardi, limito le mie operazioni al martedì e al giovedì, presentandomi dopo le 10.

Di solito la Tacchinona, quando arrivo io, dopo un paio di telefonate a casa (“Che hai magnato? era bbono?”) si dà al “Fuori Stanza”; una volta, anzi, arrivando, la trovo direttamente in strada, a spostare il Toyotone che ostruisce il passaggio a un camion (vari colleghi seguono partecipi, chi con indicazioni orali, chi gestuali). D’altra parte, se all’inizio mi illudevo che dalla mia presenza operativa lei potesse trarre qualche barlume di scienza cartofila, mi sono rapidamente reso conto che ci troviamo su pianeti diversi: tutto ciò che pare normale a me, a lei sembra stravagante e irregolare e viceversa.

D’altra parte continuo a chiedermi a che titolo si trova in questo ufficio: di cartoline non se ne parla proprio, di fotografia, da discorsi sentiti fare con altre persone o al telefono, mi pare digiuna. Non a caso mi annuncia che per qualche settimana non ci sarà: va a seguire un corso di perfezionamento. Era ora! “In fotografia?”; “No, no, sul restauro degli antichi organi da chiesa”. Come no, è un corso Fuori Sede!

Quando arrivo, se faccio piano, riesco a non svegliare una Sfinge di mezza età che controlla l’accesso alla fototeca: tiene la testa poggiata al pugno chiuso, nella posizione del Pensatore di Rodin; dinanzi a lei giace aperta la “Settimana Enigmistica”.

Una volta percorso uno stanzone tutto occupato da grigi mobili metallici in stile loculo, rattristato alle pareti da grandi ritratti fotografici di alcuni illustri sconosciuti, arrivo alla mia porta vetrata. È la prima di una serie a cui busserò un giorno che cercavo ulteriori buste (prive di gommatura, come è giusto per un prodotto pagato con i buoni, ma tanto mi servivano solo come contenitori): nessuno risponde, perché non c’è nessuno; eccetto all’ultima, ove colgo 4-5 signore in conversari: una sta rifacendosi le unghie, un’altra fa merenda. Tra loro riconosco quella che ogni volta, alle 15,15 precise viene a vedere a che punto sono. Io continuo a scartolinare senza rompere il ritmo. Lei sospira e richiude. Alle 15,30 ritorna; idem come sopra. Arieccola alle 15,45; questa volta mi fa esplicitamente presente che loro sono qui dal mattino. Di fronte alla Persona-Umana-che-Soffre, mi alzo e me ne vado accompagnato da sbuffi di sollievo.

Cèrbero

Le prime volte, alla portineria, si facevano dare la carta di identità in cambio di un pass; poi sono stato inserito nell’elenco dei collaboratori e tiro dritto, accompagnato da un gesto della mano da dietro il vetro della garitta. Dopo mesi, un bel giorno tornano a chiedermi il documento. Come mai? “Sa, ieri sono venuti due uomini con addosso una tuta bianca con su ricamato IBM; sono andati in un ufficio, hanno preso un computer per uno, e se ne sono andati”. È circa quanto accade a me, una volta giunti alle ultime bozze del catalogo. Mi telefonano che le hanno loro, che è urgentissimo, devono rispedirle all’editore per domani. Va bene, se non possono mandarmele loro (il ‘camminatore’ se ne è già andato a spasso), andrò io a prenderle, ma dopo le 16: possono lasciarmele in portineria.

“Buon giorno, sono Enrico Sturani, dovrebbe esserci una bustona per me…”. Con l’aria seccata di chi gli ha interrotto la ricerca del 12 verticale, mi fa: “L’ho data al Corriere”. “Quale Corriere?”. “Quello per Milano”. “Ma la busta era per me .”. “A dotto’, quelli ‘na busta cercavano, e io solo quella ciavevo”.

Che importa? tanto mese più, mese meno.

Quanto può valere un bene culturale?

Con la preparazione della mostra ho alternato quella del catalogo; poiché so che va assegnato con gara d’appalto, segnalo le Edizioni Gruppo Abele di Torino (è appena uscito un loro volume di grande formato, 400 pagine, in buona parte a colori, con prezzo di copertina a sole 40.000 lire) e lo stampatore de “Il Giornale dell’Arte” (che si pubblicizza come esperto in cataloghi proponendo prezzi concorrenziali). Nessuno dei due sarà sentito. Combinano invece, come per il passato, con un editore di Napoli.

Si accordano per l’acquisto di 300 copie a prezzo di copertina (70.000 lire), prevedendo 300 pagine di cui il 40% a colori. Come mai tanto colore, se avevo spiegato che gli originali sono quasi tutti in bianco e nero? L’addetto al settore editoriale si era semplicemente sbagliato e si rifà il contratto. Alla fine le pagine saranno 232 con un solo 16° a colori, stesso prezzo, ma con 600 copie comprate (altre se ne aggiungeranno in seguito).

Si pone ora il problema della riproduzione: poiché l’editore è di Napoli, occorre che i Beni da riprodurre escano dal Minbencula. A tal fine viene posta all’editore una condizione precisa: una fideiussione, cioè il deposito in banca di una somma pari al valore delle cartoline.

A questo punto, in presenza di un’emissaria dell’editore che sgrana gli occhi sentendo parlare di fideiussione, la Tacchinona mi rivolge un’occhiata connivente e, a titolo di esperto, mi chiede: “Dottor Sturani, quanto possono valere?”. Io esamino il primo pezzo che mi viene sottomano: una veduta lucida di Napoli, Vesuvio sullo sfondo e pino in primo piano: “Per questa si potrebbe chiedere una fideiussione di 300 lire”. Mi fulmina. E io sarei l’esperto?

Risolveranno la cosa in famiglia, facendo fotografare tutto al loro laboratorio: io calcolo che due addetti al ritmo di uno scatto al minuto, possono cavarsela in un paio di giorni senza ammazzarsi. Dopo un paio di mesi sono a buon punto.

Chi è l’autore?

Per il catalogo ho scritto 10 pagine di introduzione (ognuna di 2 cartelle e mezza), più altre 30 di testi, più 23 di bibliografia ragionata, più una buona ventina per le didascalie; ho scelto le oltre 600 immagini, ho prestato una dozzina di originali miei; ho indicato, contattato e seguito 2 dei 3 collaboratori; oltre ad aver steso il progetto. Me presente, la dr.ssa Campanelli che si occupa della redazione, chiede alla Tacchinona chi deve indicare nel frontespizio come autore. Il mio nome viene subito fatto con estrema naturalezza. Mi arrivano le bozze dei testi, delle didascalie, della bibliografia. Telefono a Napoli che non ho finora avuto quelle del frontespizio. “Strano le ho già riavute vistate, te lo mando per fax”. Eccolo qua: il volume risulta a cura della Tacchinona stessa; dal colofon a lei spetta anche il “Progetto e direzione della Mostra” e il “Coordinamento e cura del catalogo”; a me va la “collaborazione scientifica” e la “schedatura della collezione”; seguono altri impiegati del Minbencula.

Chiedo a un amico, una vecchia volpe del Ministero dei Lavori Pubblici, chi fa paura a un ministeriale: un superiore? il Ministro? “No, figuriamoci! Ognuno difende i suoi anche coi denti”. Chi allora? Il solo spauracchio è la Corte dei Conti. Io non l’ho mai sentita nominare, comunque mi munisco di carta e penna e prendo appunti mentre lui parla: “Spesa d’acquisto… Documentazione irreperibile… Gara d’appalto… Servizio ispettivo… Procedura di contestazione… Impugno il contratto… Numero di pagine fornite 7 volte superiore… Ricorso all’avvocato… Ritiro di tutti i pezzi miei… Diffida all’editore… Denuncia alla Procura… Lettere alla stampa… Serie di irregolarità… Causa civile…”.

Telefono alla Tacchinona chiedendo di vederla in mattinata. “Sono occupatissima”. Mi limito a dirle, bluffando, che desidero solo avvisarla che ho preso appuntamento alle 15 con l’avvocato per mandare una diffida all’editore, e che farò seguire un esposto alla Corte dei Conti, dove lavora un mio caro amico. Si è improvvisamente liberata: posso andare subito.

Già percorrendo il corridoio, sento odor di merda. Alla mia offerta di recedere a condizione di comparire anch’io come curatore e come responsabile del progetto, risponde: “Questo è un ricatto e una minaccia”. Io mi sento come quel bandito che svaligiava gioiellerie armato di una banana tenuta nella tasca dell’impermeabile. Stringo il frutto e, come in una telenovela, dico: “Certo, dato che sei tu a costringermi”. Sempre sotto tiro della banana, le faccio prendere un foglio intestato e le detto il nuovo colofon a cura di entrambi, a me il progetto, a lei – che ha detto “Si potrebbe fare una bella mostra” – l'”ideazione” (ora sorride, si sente Platone): glielo faccio firmare, bollare col timbro del ministero, dare a me una copia e spedire l’altra all’editore per fax.

La mostra segue il catalogo

A questo punto i nostri rapporti, ovviamente si interrompono. Così, quando finalmente vengono prese due misure nel locale espositivo, e ci si rende conto che delle 1500 cartoline da me apprestate per la mostra non ce ne sta neppure la metà, le mie buste, una per pannello (previsto in 70 x 100), con schema grafico della disposizione e indicazione dei pezzi da ingrandire, saranno usate solo come fonte di materia prima. Il catalogo è di 600 e rotti pezzi: bene, la mostra sarà identica. Di solito è il catalogo che segue la mostra, ma, se la matematica non è un’opinione, invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. L’unica cosa che sfugge agli zelanti operatori del Minbencula, è che il catalogo ha una struttura scandita dall’alternarsi tra scritto e immagini, nonché dal girare delle pagine; le cartoline vi compaiono secondo un preciso criterio di impaginato: ogni capitolo ha una presentazione illustrata da un paio di cartoline, stampate grandi al vero. Seguono le sue varie suddivisioni, che occupano una o due facciate intere, ben scandite dalle rispettive titolazioni, illustrate con tante riproduzioni piccole.

In mostra, poiché si ricicla da una precedente esposizione una struttura a modulo continuo, la bella scansione del catalogo viene meno. Le foto di apertura, che io avevo proposto ingrandite, vengono date in originale, come tutte le altre; così, ad esempio, non si capisce perché quella veduta napoletana col pino precede alcuni casermoni cementizi, invece di stare al posto suo assieme agli altri pini, che troviamo più in là. Le scansioni tra parte e parte passano poi del tutto impercettibili, rispetto alle grandi cornici dentellate (e dàgli con l’ispirazione postale) che staccano un modulo dall’altro, interrompendo le immagini ogni tre metri, dove càpita càpita.

Se poi per il catalogo ero diventato matto a trovare citazioni di argomento architettonico-urbanistico in autori italiani coevi, per la mostra la Tacchinona dà prova di cultura generale facendo bellamente ingrandire citazioni di Bruce Chatwin e altri, non solo stranieri, ma di questi ultimi anni (la mostra, ricordo, si intitola “L’Italia in posa” e il materiale esposto si ferma a 35 anni fa).

Nel catalogo, in fine, ho approntato una lunghissima bibliografia ragionata: ho però scelto e commentato solo le cose più significative. Ho quindi ignorato il volume del belga Jean Philippen, che scopiazza quello di Frank Staff. Ma scoprirò che, nella sua dotta introduzione, la Tacchinona si basa proprio sul Philippen: il francese, si sa, è meno ostico.

Un annullo veramente speciale

Organizzare una mostra di cartoline per il Ministero dei Beni Culturali, seppure scontrandomi con metodi e mentalità su cui c’è più da piangere che da ridere, mi pare una grande occasione: quella di far uscire la cartolina dal ghetto del collezionismo per dargli finalmente piena credibilità culturale. Quindi mi sciroppo le loro 100.000 cartoline e alla fine gli organizzo quella che penso possa esser definita ‘Una bella mostra di brutte cartoline’. Una volta preparati i testi per il catalogo e spartite in tante buste le cartoline da esporre, mi ritiro in buon ordine. I responsabili del dipartimento ove sono depositate, l'”Istituto Centrale per la Documentazione e il Catalogo” dovranno solo occuparsi di predisporre l’invito (la promozione e l’allestimento li hanno affidati ad esterni). L’invito non lo ricevo (non sono sui loro elenchi?), ma, segnalato il fatto, me lo comunicano per FAX: lo leggo e rileggo più volte. Vi compare l’ICDC, il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, ma non vedo cenno di quello dei Beni Culturali, il cui semplice nome mi pareva una garanzia di qualità. Semplicemente se lo sono dimenticato.

Assieme all’invito c’è un bigliettino stampato in un curioso pseudogotico corsivo; va letto in apnea, perché sono sei righe senza il minimo segno di punteggiatura: “In occasione della mostra è stato predisposto un annullo degli inviti stampati in tiratura limitata con timbro filatelico del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni appositamente creato per l’evento con timbro multicolore di sicurezza utilizzato per la prima volta in Italia”. La cosa non è perspicua, ma mi prende un conato. “Annullo speciale” è quello, valido per l’espace d’un matin alla Fiera della Lumaca di Sferracavallo o a quella del Bue Grasso di Carrù: le poste italiane, invece di preoccuparsi di far arrivare per tempo la corrispondenza, si adoperano alacremente per soddisfare i collezionisti assetati di gadget parafilatelici, inseguendoli di Sagra in Salone, da una Fiera a una Marcia Podistica, al forsennato ritmo di circa 1.000 ogni anno. Ovviamente tra queste manifestazioni sarà inutile cercare quelle di Palazzo Grassi, della Fondazione Guggenheim o del Palazzo delle Esposizioni. Le poste si fanno pagare un milioncino, e in più vendono i francobolli da annullare; i collezionisti sono convinti che tali pseudodocumenti postali detengano squisite virtù filateliche, e tutti sono contenti. Ma da questo allineamento con la Sagra dell’Uva de li Castelli, non vedo proprio che ci guadagni in fatto di immagine il Ministero dei Beni Culturali. Eppure i suoi dirigenti sono i primi a farsi annullare l’invito, anzi 2, no, 5, 10… che distribuiscono tutti fieri ad amici e colleghi; ignari che il valore minimo del francobollo da annullare per questi fini surrettizzi è di 300 lire, e non le mille dei ‘valori’ apposti dai due zelanti addetti.

Ma questo annullo, pure orrendamente figurato, è il solito nero, in inchiostro grasso; e quello policromo? Questo ha già fatto capolino in mattinata, alla conferenza stampa. Qui, come giusto, ci sono i rappresentanti dell’ICDC, ci sono io, c’è un coautore romano; strano che il Professor Bruno Fabbiani, del Politecnico di Torino, sempre impegnatissimo a livello internazionale, che per il catalogo ha scritto una breve parte tecnica, abbia tanto insistito per venire giù apposta. Arriva fiancheggiato da due collaboratori, munito ognuno di macchina fotografica e di valigia. Perché non l’hanno lasciata in albergo? mi chiedo ingenuamente. Da ognuna estraggono una curiosa macchina annullatrice: un prototipo appena inventato dal Professore (che insegna tecniche di stampa ed è consulente di Interpol e Banche Centrali per quanto concerne i sistemi antifalsificazione) per conto di un Importantissimo Ente Pubblico di un Noto Paese Straniero. Quando, di fronte ai giornalisti, giunge il suo momento di parlare, con abile passaggio logico, dalle tecniche di stampa delle vecchie cartoline passa alle loro falsificazioni (in realtà semplici ristampe attuali), e di qui alla falsificabilità dei timbri tradizionali; Ministeri, Banche, Enti Pubblici, se vogliono stare tranquilli che i propri timbri siano al sicuro da ogni contraffazione, non hanno che da ordinare una di queste macchinette al Professore stesso. Per l’occasione ha creato un bozzetto intestato al Ministro Veltroni e, in attesa dell’ordinazione, timbretta allegramente fogli e foglietti per i giornalisti: in colori variamenti digradanti compare l’imperscrutabile scritta ‘Épicos’ che gli astanti, pensando che sia romanesco e non greco, pronuciano ‘epìcos’, lanciandosi sguardi interrogativi.

La sera, all’inaugurazione, il Professore si è fatto apprestare un banchetto presso l’entrata e, timbrettando, tra un flash e l’altro dei suoi accoliti, pubblicizza le sue ingegnose macchinette. Il fatto che il Professore stia perseguendo un proprio Interesse Privato all’interno di un Ente Ministeriale, non pare ne turbi i dirigenti, che si mostrano onorati e raggianti per questa Prima Mondiale di cui sono a un tempo testimoni e manutengoli. Contenti loro.

Vuole venire a vedere una bella collezione?

All’inaugurazione della mostra è pieno di bella gente. Manca solo la Suprème, in Spagna con l’architetto Albarano: i suoi sottoposti possono quindi godersi il loro momento di gloria. La Tacchinona, fasciata in un tailleur pisello pastello, volteggia leggiadra di crocchio in Professore. Standole alle spalle, sento che a uno omaggia il catalogo chiamandolo, affettuosamente, “il mio libro”; giro davanti e passa al ‘noi’ (non è un pluralemajestatis, semplicemente non vuol farmi sentire escluso): “Alla fine ce l’abbiamo fatta, ma è stata dura: ah, le 100.000 cartoline che abbiamo dovuto passare ad una ad una!”.

Tra le tante, mi viene presentata una bella donna sulla Sessantina, cotonata e balandangàn di collane: è la vedova Ferro-Candilera. Chiedo se è soddisfatta di come abbiamo esposto la collezione di suo marito. “Ah, sì, a proposito, vuole venire da me a vederla? Sa, le sue cartoline di Brindisi sono bellissime; chissà che Lei non trovi qualche pezzo che Le interessa. Ci metteremo senz’altro d’accordo”.

“Sorrisi e Canzoni” batte “Nuova Architettura” 5 a 0

A curare l’ufficio stampa ho proposto Paolo Valenti che, per l’uscita del mio volume su Mussolini in cartolina ha ottenuto articoli di anche 5 e più colonne sui principali quotidiani, più tre pagine su “Panorama”. Pare sia caro; con un risparmio netto di 500.000 lire si rivolgono quindi al Farfallino (Cesare, vecchio compagno di scuola e fraterno amico di Gabriele). Simpatico, brillante, colto, anche lui, a suo tempo si è occupato di cartoline, mettendo su una mostra intitolata “Mon chien ami”: a Porta Portese se lo ricordano ancora; in una sola botta aveva comprato per 100.000 lire, cartoline di cani che tutti schifano; le aveva poi esposte nella Villa Doria Pamphili, con catalogo sponsorizzato dalla Sambuca Molinari: una vera volpe, un artista del pedale, un genio delle PR. Poiché viene pagato per lanciare la mostra, usa il catalogo solo come regaluccio per i giornalisti; ma non si spaventino con la mia bibliografia ragionata, il mio grafico, gli schemi tecnici di Fabbiani; basta il comunicato stampa sfarfalleggiante come il suo cravattino: la cartolina coniuga fantasia e nostalgia, fa tenerezza e allegria. All’esca abboccano tutti, con segnalazioni di tono ora leggero, ora frivolamente mondano: da “Sorrisi e Canzoni” a “Famiglia Cristiana”, da “Novella Duemila” al “Messaggero”. Mi fa anche contattare dalla conduttrice di “Notturno dall’Italia”, un programma radio seguitissimo dai camionisti.

I dirigenti dell’ICDC sprizzano gioia: la mostra è sempre piena di gente e devono prorogarne la chiusura; che poi il pubblico non capisca gran che di quanto vede, poco importa; d’altronde tutti percorrono le grandi fasce continue dell’allestimento come api che ora avanzano, ora ritornano, ora volano più oltre, bottinando qua e là singole cartoline, immaginario e memoria.

Pochi, se non nessuno, si chiedono che rapporto ci sia tra le citazioni di Chatwin e le nostre coste rapallizzate; o perché mai, in una mostra sulla fierezza del cemento, si proietti un video di ghirigori che non sai se neobarocchi o libertì, tralci di rose ed altre bellurie ottenute ingrandendo particolari delle decorazioni che talora rallegrano certe cartoline.

Mi congratulo col Farfallino per aver saputo far leva sul gusto nazional-popolare del pubblico. Gli spiego che però mi sembrerebbe opportuno, chiusa la mostra, riprendere i contatti con riviste specializzate o quantomeno qualificate: “Past and present”, “Nuova architettura”, “AFT”; magari anche solo “Charta”, “Il giornale dell’arte”, “Il sole 24 ore”, “Il Manifesto”. Mi guarda stupito: il suo compito è terminato con la mostra, ha distribuito 200 cataloghi e ha avuto un mare di segnalazioni, stelloncini, pezzetti; giornalisticamente, mi spiega, il catalogo non fa notizia.

Prima le Sovrintendenze, poi Bruno Zevi

Bella o brutta, la mostra si è inaugurata. Dopo Roma, sarà fatta girare in vari Istituti Italiani di Cultura (a una mostra che non costa nulla, la Farnesina non dice di no). La accompagnerà -viaggio e spese pagate, più indennità di Fuori Sede – la Tacchinona; si ignora se e chi abbia versato la fideiussione, se e per quanto sia assicurata la mostra; ma cosa conta di fronte a nomi esotici come Nairobi, o anche solo Madrid e Grenoble? Io non c’entro più nulla. A me, comunque, quello che sta a cuore è il catalogo.

Sin dall’inizio ho detto che avrei stilato un elenco di personalità varie a cui mi sembra opportuno farlo avere, per ottenere, in una botta sola, due risultati: per me, è l’occasione di portare la cartolina fuori dal proprio ghetto, facendola entrare nel bel mondo della cultura e dell’arte; per il Minbencula dovrebbe essere l’occasione di stabile dei rapporti con il mondo esterno dell’università, dei ricercatori, delle riviste specializzate. Mi dicono che va benissimo. Tra personaggi come Eco e Dorfles, Del Buono e Mosse, Zeri e Zevi, architetti e geografi, storici dell’arte e critici della fotografia, la biblioteca del Congresso di Washington e la TGB di Parigi ho messo insieme circa 200 indirizzi significativi: sono troppi? Non c’è problema. Al Minbencula non c’è mai problema. D’altra parte alla fine hanno ordinato 600 e più cataloghi e lasciano capire che non sanno che farne (“Ingombrano” è scappato ad uno di loro).

Il giorno dell’inaugurazione mi viene data una copia. Nei giorni successivi, porto il mio elenco: l’addetta alle spedizioni mi precisa che, comunque, prima devono partire quelli loro, diretti alle Sovrintendenze del Minbencula sparse in giro per l’Italia. Le propongo di venire io a impacchettare e indirizzare quelli miei. Non se ne parli nemmeno. D’accordo, possono intanto darmi un po’ di copie, come autore? “Eccone 4, una l’ha già avuta all’inaugurazione”. 5 copie in tutto, per non fare ingiustizia con gli altri collaboratori, che hanno scritto magari 3 paginette. Lascio passare una settimana. “Quando partono quelle del mio elenco?”. Non hanno ancora finito le loro. Idem, settimanalmente, altre 2, 3, 4 volte. Contemporaneamente Gabriele, responsabile di questo ufficio, sin dal giorno dell’inaugurazione mi ha fatto un curioso invito: “Verresti da me a cena?”. “Certo, per quando?”. “Non so ancora, poi ti avverto”. Ogni volta che telefono per tampinare i cataloghi, lui crede che sia per l’invito e ci resta male; finalmente stabilisce una data, poi la disdice, poi non posso io, poi non se ne parla più.

Quando manca lo spago

Intanto, anche l’autunno sta finendo e c’è il terremoto dell’Umbria. Richiamo ancora: “Allora, sono partite le copie per i miei nominativi?”. “No, sa, abbiamo avuto dei problemi”. Penso che col terremoto avranno forse chiuso qualche ufficio di nullafacenti per mandarli a spalare calcinacci ad Assisi; chiedo “Per via del terremoto?”. “Ma che terremoto!? È mancato lo spago”.

Quando si vive al di là dei confini della Vergogna, perso anche il senso del ridicolo, non ci si preoccupa più nemmeno di trovare delle scuse. È mancato lo spago, quindi si deve fare una richiesta alla Suprème, che deve rimandarla protocollata e vistata; si deve poi avviare la debita procedura con l’amministrazione per avere un buono e con questo, finalmente, recarsi dal cartolaio al di là di Viale Trastevere. È mica semplice come credo.

Il 13 novembre (Mese II dall’Inaugurazione), ritelefono; questa volta trovo Gabriele in persona: “Sai, abbiamo avuto delle difficoltà…” “Sì, lo so, lo spago”, lo interrompo sarcastico. “No, no lo spago è stato comprato, e l’impiegata si è anche fatta assegnare due obiettori di coscienza” (si sa, a fare i nodi, le unghie si rovinano). “Allora, sono partiti i miei libri?”. “No, perché l’Ufficio Spedizioni ci ha rimandato indietro i pacchi”. “Perché mai?”. “Erano stati fatti con il nodo a fiocco”. Come i pacchetti delle bignole. Comunque mi garantisce che, subito dopo Natale (Mese IV dall’Inaugurazione) partiranno, e mi consiglia di fare io stesso debita domanda alla Suprème per avere, in via del tutto eccezionale, altre 10 copie. Scrivo, lascio passare una settimana. Nulla. Due, tre, quattro: nulla. “Va be’, vieni lo stesso, te le do’ io e poi verifico come mai il Protocollo non ha ancora rimandato la domanda vistata”. Vado. “Sono d’accordo con Gabriele per avere 10 copie”. “Posso dargliene soltanto 5 perché sono le ultime”. “Come le ultime?”. “Cosa vuole, 200 copie sono andate alle sovrintendenze, 200 le abbiamo date per l’Ufficio Stampa, sotto Natale molti dirigenti e funzionari sono venuti a prenderne, mica potevo dire di no”.

Su pressioni di Gabriele, viene snidato un superstite blocco di 20, cominceranno a mandarli ai più urgenti o importanti tra i nominativi da me segnalati; tanto più che, sotto Natale, avuta garanzia che stavano per partire, ho scritto beneugurando e preannunciando l’arrivo.

Bene, tra un po’ mi arriveranno le prime telefonate di chi si complimenta o almeno ringrazia. No. Mi telefona Schwarz fuori di sé dall’indignazione: dopo sei mesi non ha ancora avuto nemmeno un catalogo; ha invece ricevuto una lettera (sempre su carta intestata che lui non userebbe nemmeno per pulirsi ‘l cul), in cui, in stretto burocratese, gli si intima di accusare ricevuta dell’avvenuta ricezione. Non ho il coraggio di chiedergli se sulla busta, di un indefinito color can che scappa, compariva, come in tutte le corrispondenze indirizzate a me, un timbro rosso: TASSA A CARICO DEL DESTINATARIO.

Anche la Bossaglia mi telefona da Milano, tutta stupita per questa strana usanza; la Pallottino da Bologna non si meraviglia più che tanto, è donna di mondo. Finalmente mi telefona uno dei destinatari, lo storico della fotografia Cesare Colombo; ha ricevuto il libro, praticamente a pezzi: che c’era da aspettarsi da un malloppo di un chilo e mezzo, infilato in una semplice busta leggera? Mi chiede chi deve ringraziare.

Siamo entrati nel Mese VII dall’Inaugurazione. Le nuove copie ordinate non sono arrivate. Il mio credito resta invariato a 5 esemplari. Prendo una cartolina e scrivo all’editore: “Confido che vogliate riconoscermi almeno un diritto d’autore: lo sconto sulle copie comperate; in tal caso Vi prego di mandarmene 10 contrassegno”. Ormai non conto più i mesi trascorsi; al ministero non ho più telefonato. Con Gabriele, incontrato una sera da amici s’è parlato d’altro. Intanto mi giungono le recensioni (sul catalogo internazionale Neudin, su “Grafica e Disegno”, su “La stampa” – bellissima, di Carlo Fruttero -, su “Il Venerdì di Repubblica”, di Marcoaldi; mi viene promesso un servizio sull'”Indice” e un’altro su “Linea grafica”) dovute alle copie che ho spedito io direttamente.

A ogni pezzo che esce, telefono per segnalarlo, che corrano dal giornalaio; la signora Molletta, imperturbata, e conscia che nessun regolamento prescrive chi dovrebbe andarci e con quali soldi, mi risponde: “Ci arriverà con “L’eco della stampa”. Faccio avere io copia alla Suprème, tanto per conoscenza, sollecitando l’invio delle altre copie. Lo prendono come una bassa azione da violino spione. Comunque un minimo d’effetto lo fa: io ricevo le mie ultime 5 copie e approntiamo insieme l’elenco dei prossimi 30 beneficiari (tra cui Eco, Dorfles, Zevi, Ceronetti tuttora a becco asciutto). Lascio passare un paio di settimane; telefono per sentire quali sono partiti. A partire è stata la Molletta, per una piccola operazione. Torna il 15 luglio. Ingenuamente chiamo il 16. “Ma è in ferie!” Ne riparleremo a settembre, mese XII.

Da Torino, nell’arco di poche ore, mi telefona Anna Volterrani, poi Matteo: tutti e due per dirmi che al convegno di Torino sul Paesaggio urbano un architetto di Roma ha citato L’Italia in posa, ma, curiosamente, come autore, ha indicato “un mio vicino di casa”. Qualche giorno dopo incontro Giorgio Piccinato da Gianna, la verduraia; mi comunica tutto fiero che mi ha pubblicamente citato. Sì, mi è stato riferito. Impallidisce sotto la barba. “Mi è parsa una citazione filologicamente poco corretta, comunque grazie lo stesso”. Lo lascio a meditare sui carciofi che gli stanno capando. Inutile infierire su uno spinone stanco. Il 18 gennaio del 2000 muore Bruno Zevi; per l’ICCD è una copia risparmiata. Prima o poi, è solo questione di tempo, il problema delle copie non spedite si risolverà da solo. ‘Patience et longueur de temps’ dicono i francesi. Al Minbencula non mancano. Con insistenza mi torna alla mente un film a cui da anni non avevo mai più pensato: è un film di fantascienza realizzato negli anni Sessanta da Ugo Gregoretti, ambientandolo alla FIAT: i marziani si sono incarnati nei suoi dipendenti per poi muovere alla conquista della Terra.