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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 03

 settembre 2011

Segnalazioni

Ernesto Screpanti

Un mondo peggiore è possibile. Sei perle dalla triste scienza

Segnalato da Maurizio Pacchiani

[Ernesto Screpanti, Un mondo peggiore è possibile. Sei perle dalla triste scienza, Odradek edizioni, Roma, 2006. Prefazione di Francesco Muzzioli]

Discrepanze screpantiche

Esiste un libretto, uscito nel 2006, che raggruppa diversi interventi o perle, come le chiama l’autore, Ernesto Screpanti, docente universitario di economia politica a Siena. Un saggio di economia, dunque. A molti possibili lettori un incipit di questo genere porterebbe forse a guardarsi bene dal leggerlo.

Ma non è così. Si può invitare tranquillamente alla lettura di queste pagine ingegnose che attraverso sviluppi inattesi di correnti di pensiero – tutte citate con gli autori – portano a riflessioni su temi fondamentali come la libertà, la giustizia e la democrazia nel mondo attuale.

Certamente la sua apprezzabilità aumenta proporzionalmente al crescere delle cognizioni di storia del pensiero economico o più in generale di filosofia, tanto per partire con un diagramma ed entrare così un po’ di più nelle terre proprie di questo autore. Ma si tratta di dettagli tecnici che non incidono troppo sul messaggio dell’opera. La teoria economica e il paradosso sono gli strumenti che l’autore impiega a piene mani per portare al limite certe visioni correnti in un’apparente serietà accademica, comunque unita a un rigore di ragionamento che costringe a riflettere su quanto avviene oggi nel mondo politico e nelle ricette di chi ci governa.

La prefazione di Francesco Muzzioli, coetaneo dell’autore, ma attivo nel campo della letteratura, è a propria volta una godibile e dotta recensione e anzi parte essa stessa del libro, estesa per una ventina di pagine su un centinaio dell’intero volumetto.

Una delle più interessanti proposte dell’ «ironiconomista» Screpanti è quella che muove dalle teorie del liberismo per propugnare la «schiavizzazione forzata dei fannulloni», ma alla fine non solo di questi ultimi: ognuno, se libero, deve poter disporre di se stesso e quindi anche poter stipulare un «contratto di libera schiavitù […] La nuova istituzione garantirebbe anche la piena occupazione. Infatti l’esistenza di un mercato e di un valore di equilibrio di seconda mano rende superfluo il licenziamento» (pag. 27). Con tale contratto «i lavoratori assumono un obbligo all’obbedienza perpetua nei confronti della controparte e rinunciano a negoziare il salario e le condizioni di lavoro, ricevendo in cambio un reddito di sussistenza vita natural durante» (pag. 25).

Lo Stato non ha altra ragion d’essere se non quella di garantire le transazioni private in un trionfo del mercato. E passando allo Stato e relativa guida, con la teoria dell’elettore modale (e qui si richiede qualche rudimento di scienza statistica) si ha un’interessante interpretazione di glorie e rovesci degli ultimi governi. Si fa quindi conoscenza con il «paradosso dell’elettore razionale» (pag. 57) che, a cavallo fra ironia e serietà – equilibrio da mantenere per raggiungere il necessario livello di coinvolgimento dell’interlocutore / lettore – è abbastanza tecnico quanto sconfortante nelle conclusioni.

Forse più apparentemente accattivante per gli amanti dei sapori decisi è la teoria del «valore-libido», che si incontra a pag. 65, dove la libido è un’unità di misura dell’utilità e dove appare il minusorgasmo come concetto dell’utilità perduta dal lavoratore durante la prestazione. A ciò fa da contraltare un plusorgasmo di cui gode (è il caso di dirlo) il capitalista. Anche il concetto di costo/opportunità si misura in termini di orgasmi perduti. La trattazione scientifica tende però a scadere un po’ quando si tratta di dimostrarla empiricamente, mediante un’inchiesta clinica e un «orgasmometro computerizzato». Ma forse tra una teoria e l’altra era necessaria una risata liberatoria.

L’analisi sul tema elezioni e democrazia occupa una buona parte delle riflessioni dell’autore. È ben condotta e cattura il lettore, appena in qualche punto spinto a maggior concentrazione da qualche x e y, peraltro del tutto normali in ragionamenti come quelli illustrati nel testo. E portati per mano dall’abile economista si giunge a scoprire che la vera democrazia è una dittatura (della maggioranza sulla minoranza, pag. 96), seppure stabilita dai cittadini per convenzione normativa – in sé arbitraria – mediante l’accettazione della regola della maggioranza. «Infatti una maggioranza che effettuasse scelte in forza di una morale o di una verità oggettive si sentirà sempre in diritto di annientare le minoranze che non credono in quella verità e non praticano quella morale».

Una passeggiata ironica, portando alle estreme conseguenze teorie ben altrimenti presentabili, citando lungo il percorso il marchese de Sade e Marx, oltre a qualche più antico economista italiano e all’immancabile Cavaliere, che comunque resta in sella tuttora. Un elemento ulteriore per riflettere con questo libro davanti.