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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 09

 settembre 2014

Segnalazioni

Federico De Roberto

La paura e altri racconti della grande guerra

Segnalato da Emanuela Scicchitano

[ Federico De Roberto, la paura e altri racconti della grande guerra, con una introduzione di Antonio Grado, edizioni E/O, Roma 2014 ]

«Nell’orrore della guerra l’orrore della natura: […] un paese fantastico, uno scenario da Sabba romantico, la porta dell’Inferno»: è qui che, presi i suoi lettori per mano, Federico De Roberto li conduce. E, una volta giunti, li costringe a guardare lo spettacolo irriguardoso e farsesco di una guerra che si voleva grande negli intenti, ma che alla fine è lo è risultata solo nel numero dei caduti. De Roberto ne è consapevole da intellettuale e da interventista, che si è dovuto scontrare con la mutilazione delle sue speranze e della sua ambizione di vittoria.

E così, terminato il conflitto, si accinge alla scrittura di alcuni racconti di guerra che pubblicherà, fra il 1919 e il 1923, su giornali e rivista. Fra di essi ne ricordiamo quattro: La paura, Rifugio, La retata e Ultimo voto. In occorrenza del centenario dallo scoppio della Prima guerra mondiale, sono stati ripubblicati dalla casa editrice romana E/O, nella collana «Gli intramontabili» e con una introduzione di Antonio Grado, che ne ricostruisce la complessa storia editoriale e ne definisce l’inquadramento storico-letterario, collocabile all’interno della “fase romana” dello scrittore catanese, che negli anni seguenti alla Terza guerra d’Indipendenza si trasferì nella capitale per indagare da vicino la vita politica del neo Regno d’Italia e comprendere dove si fossero sedimentati gli ideali risorgimentali. Da questo studio della realtà nacquero come scrittore i suoi capolavori: I Viceré e L’Imperio; come giornalista gli articoli e gli editoriali per il Giornale d’Italia, diretto da Alberto Bergamini, che lo inviterà a comporre alcuni dei racconti, che oggi possiamo rileggere.

La rilettura in un unico volume, che ci viene offerta, non è uno sterile esercizio commemorativo. I racconti di De Roberto, infatti, sono sferzanti nella loro mescidanza di comico e drammatico, di lingua italiana e dialettale, di descrizioni paesaggistiche e di mimi teatrali. Essi attingono alla più alta tradizione novellistica italiana per offrirci un piccolo decamerone di guerra che, pur nella sua esiguità, tratteggia un arco etico che va dall’eroismo alla viltà, dalla generosità alla meschinità. Ma lungo questo arco De Roberto non colloca personaggi fra loro antagonisti ad incarnare graniticamente valori opposti. Pone, invece, personaggi a tutto tondo che, dietro uniformi e medaglie, nascondono imprevedibili mondi interiori.

A volte, l’imprevedibilità morale dei soldati di De Roberto fa virare la novella verso l’aprosdoketon finale, che accentua lo spessore umoristico del testo soprattutto laddove ci si aspetterebbe un finale altro e alto. Del resto, la capacità di creare all’interno del mondo rappresentato dei legami imprevisti, sia a livello linguistico che concettuale, è una delle chiavi di volta della letteratura comica: è ciò che anche Aristotele nella Retorica (III, I 1, 1412a) definiva il «sorprendere ingannando». Nelle novelle derobertiane l’inganno è costruito a priori, attraverso l’illusione che da alcune premesse non possano che scaturire alcune conseguenze. La scoperta di effetti diversi dalle proprie aspettative crea scompiglio emotivo e interpretativo. Ecco che lì si insinuano lo straniamento e il comico. Ecco che lì scava De Roberto.

Nel racconto iniziale della silloge, La paura, egli dipinge un paesaggio infernale: potrebbe ricordare un girone dantesco, ma è la trincea: «non una macchia d’albero, non un filo d’erba tranne che nel fondo delle vallate: lassù un caotoco cumulo di rupi e di sassi, l’ossatura della terra messa a nudo, scarnificata, dislogata e rotta» (p. 19). In questa terra desolata i nemici si scrutano a distanza; ora si fanno sentinelle, ora si fanno cecchini. E attendono in una «inerzia snervante», in una «sospensione nel vuoto», nello «stillicidio di quel tedio» (p. 21) che qualcosa accada. E finalmente, un giorno, quel qualcosa accade: il tenente Alfani giunge nell’avamposto a lui assegnato con il suo plotone e i suoi superiori gli impongono di tenere l’imbocco del canalone sempre guarnito di una vedetta. Ma l’ordine è pericoloso per chiunque si accinga a raggiungere il posto, che è tenuto sotto mira da un cecchino austriaco. E così dopo i primi caduti, il tenente si aspetta che dai Comandi giunga un ordine diverso: «ma nessuno rispondeva nulla, e contro i lontani Comandi, contro i pezzi grossi ben tappati al sicuro da ogni pericolo, andavano le mormorazioni dei soldati esposti a morte certa, inutile e ingloriosa» (p. 36).

Di fronte al silenzio, allora si scagliano le imprecazioni dialettali e gli sfoghi di rabbia degli «umili fanti che si logoravano nei fossi delle trincee […] contro i fieri proponimenti ostentati dagli imboscati, dagli eroi da poltrona, dagli speculatori che lucravano sulla grande sciagura» (p. 36). Fra gli ironici ritornelli, il più ripetuto era: «Dura la guerra, che mi resisti!». Ma non le bestemmie, non i cori alpini allontanano la morte. Anzi sembra che quelle stesse canzoni, composte per tenere alto il morale delle truppe, perdano la loro funzione consolatoria: appaiono invece simili ai cori delle tragedie, che preparano l’animo dei lettori al sacrificio finale che dovrà espiare le colpe di tutti. E proprio come in una tragedia, De Roberto fa sì che sia l’eroe più puro a immolarsi per tutti, dando un esempio che sia di sprone alla truppa. Alfani si attende un incitamento alla virtù, avrà dal suo sottoposto invece una spinta alla ribellione, un gesto estremo che vuole denunciare l’illogicità degli ordini imposti.

De Roberto, dunque, raschia al fondo della retorica di guerra. Lo fa anche nel racconto La retata, in cui punta sulla vis comica del vernacolo romano. Protagonista un soldato, decorato al valore militare e divenuto celebre per avere catturato da solo ben quarantanove austriaci. La sua fama è tale che il suo comandante si vuol far raccontare come sia avvenuta un’azione così coraggiosa. E, come un attore della Commedia dell’arte, il soldato inscena fisicamente e verbalmente ogni momento dell’episodio. Il racconto che ne segue non è quello che il comandante o noi ci aspetteremmo. Non ci troviamo di fronte un miles gloriosus, tutto teso all’esaltazione della sua forza, ma piuttosto un miles “callidus”, una sorta di Arlecchino della divisa che sa colpire gli avversari nel loro punto dolente: il cibo. Di fronte ai palati e agli occhi degli Austriaci, affamati da un rancio più scarso di quello italiano, ecco che De Roberto tramite le vivide parole del suo personaggio fa sfilare i piatti più goduriosi della tradizione culinaria italiana, che verrebbero serviti anche nelle mense dell’esercito. È un crescendo pantagruelico, carnevalesco che l’uso del dialetto romanesco accentua:

Cosa le posso dire, sor capitano? Mentre c’ero, mi divertii a scodellare tutti i piatti italiani, la polenta con gli uccelletti e il fojolo al sugo, li carciofi alla giudia e la pasta con le sardelle, il polpettone coi pinoli e le triglie alla livornese, il risotto alla certosina e la parmiggiana de marignani, e li rigatoni co’ regaglie, e’r timballo de maccheroni, e’r pesce stocco a la ghiotta […] Del resto, io me credevo di sfogarmi, di vendicarmi per esseje cascato ne le mano, e mai più me sarebbe immaginato quer che stava pe succede […] ed ecco che a un certo […] tutti quanti s’ariunischeno con armi e bagaglio intorno ar commandante; lui me vie’ incontro, alza ‘na mano, appunta un dito da le nostre parte, e me fa: “ Alora, triedre-fronde! Antare dutti Italia!” (p. 104)

L’effetto maccheronico del testo è esasperato sia dall’enumeratio dei piatti sia dall’innesto testuale di elementi parodistici della lingua italiana nella pronuncia tedesca; la loro funzione è quella di declassare i nemici a uomini comuni, che condividono una simile sorte di sofferenza e preferiscono arrendersi agli altri piuttosto che alla fame, alla forza persuasiva della narrazione piuttosto che a quella delle armi. Il racconto, infatti, può essere considerato come una celebrazione della parola come strumento di seduzione, in grado di convincere e smuovere e, persino, di rallentare o respingere la morte. E in questa esaltazione è come se, in fondo, noi ritrovassimo sempre in ogni novella il volto di Sherazade nascondersi dietro quello degli uomini e delle donne, venuti dopo di lei.

Del resto le citazioni tratte dal patrimonio novellistico tradizionale non sono circoscritte solo a La retata, ma si estendono anche ad altri testi come L’ultimo voto, una sorta di riscrittura moderna e alla rovescia della fabula milesia della “matrona di Efeso” , contenuta nel Satyricon di Petronio. Nel testo latino la protagonista è una vedova, apparentemente inconsolabile nel suo dolore e tutta chiusa nelle sue virtù, che si trova a vegliare il feretro del marito assieme a un soldato, incaricato di sorvegliare i corpi di alcuni ladroni lì crocifissi. La vicinanza fra i due, la lunghezza delle notti trascorse assieme e i maliziosi consigli della sua ancella li spinsero l’una nelle braccia dell’altro, facendo loro accantonare doveri coniugali e militari. Anche nel racconto derobertiano incontriamo una vedova e un soldato. Anzi due. Uno è il capitano Tancredi, che ha il compito di annunciare a una nobildonna romana la morte del marito in battaglia e lo strazio di aver ritrovato sul suo cadavere una sua foto con dedica innamorata. L’altro è il capitano Laurana, un imboscato al ministero, a cui Tancredi chiede come amico di aiutarlo nel difficile compito di comunicare alla vedova l’eroica caduta del marito. E ancora una volta troviamo un tradimento delle aspettative, che fa scatenare il meccanismo comico. La donna, infatti, tutt’altro che affranta si mostra, al contrario, preoccupata di avviare le procedure burocratiche per ottenere la pensione di guerra. E se il suo cinismo sconvolge Tancredi, affascina invece Laurana, il quale a distanza di pochi mesi e dopo una serrata corte ne diverrà il marito.

De Roberto, dunque, gioca parodisticamente su un archetipo narrativo già di per sé comico, per degradare ulteriormente la figura della vedova, che se nell’antichità manteneva, seppur per poco, apparenze di rispettabilità e di attaccamento al mos maiorum, nella contemporaneità invece rinuncia a priori a ogni immagine di uxor univiri. È come se De Roberto suggerisse che nel moderno non solo la moralità fosse venuta meno, ma addirittura lo spazio e la necessità sociale che spingevano a fingerla pubblicamente.

Non esitono, dunque, margini di riscatto umano per i personaggi che animano i racconti dello scrittore siciliano, ora riediti in questo volume, che sin dalla copertina ci indica i due fattori dominanti nella narrazione: la paura e la Grande guerra. Partiamo da quest’ultimo. La “Grande guerra”, di cui leggiamo nel titolo, non è solo uno sfondo storico, è un elemento agente, che innesca un processo di progressiva denudazione etica, che prima lascia tutti scoperti e in preda alla fragilità propria o altrui e che poi genera paura. La paura di non saper interagire più con se stessi e con gli altri e di dover scommettere con il destino, per vincere la partita finale, perché Dio non c’è quando si è in guerra e si ha terrore.