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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Interviste

Antonio Prete

Il ridere alto di Leopardi

Intervista di Max Bergamo

Nell’Elogio degli uccelli la tendenza dell’uomo al riso è giustificata dal suo amore per ‘ogni non travagliosa alienazione di mente’ ed è una prova della distanza che lo separa dalla natura. L’analogia con il lieto e spensierato canto degli uccelli rimane, quindi, soltanto un’utopia?

Certo, utopia in quanto richiamo a un altrove animale che non appartiene e forse non è mai appartenuto all’uomo. Ma nel contempo sguardo sui sensi liberati, armoniosi, sulla leggerezza e dolcezza, sull’osservazione dall’alto, sull’“aperto” (l’“elevazione” di cui dirà splendidamente Baudelaire appunto nel poéme Élevation). Tutto questo non appartiene certo all’uomo ma è nel cuore del suo desiderio, e inoltre è la soglia dalla quale si può osservare quanto scorporante, astratto, distante dallo sviluppo armonioso dei sensi e dalle pulsazioni del vivente sia stato il cammino della civiltà. Un’alterità, dunque, un pensiero dell’alterità, che, come in tanti altri passi leopardiani (le favole animali scritte nell’infanzia, la rappresentazione animale e la riflessione sull’animalità nello Zibaldone, il canto Il Passero solitario, la “greggia” del Canto notturno ecc.), è anzitutto linea fantastica e insieme critica da cui guardare la condizione umana. Lo stesso accade per le fantasmagorie dell’antico – la sapienza e la semplicità dell’antico – o per l’evocazione del fanciullo, del suo senso delle cose viventi: principi di una critica dell’esistente. Non rifugio né utopia, ma punti di lontananza necessari per la conoscenza.

Nella medesima operetta Amelio propone una definizione dell’uomo come ‘animale risibile’, e non ‘intellettivo e razionale’. Siamo, quindi, in presenza di una coincidenza degli opposti, in base alla quale proprio la creatura più consapevole, per via della ragione, dei meccanismi della natura e dell’infelicità della vita è l’unica a racchiudere in sé la possibilità di un comportamento irrazionale come il riso?

Il riso appartiene alla lingua dell’uomo, e l’uomo per Leopardi ha una sola differenza dall’animale : la lingua. Non il pensiero, né il sentire, e neppure la ragione distinguono l’uomo dall’animale, per Leopardi, ma solo la lingua. Baudelaire nel suo Essai sur le rire legherà il riso alla civiltà umana: il saggio e l’animale non ridono.

Amelio, alter ego di Leopardi, parla di una ‘storia del riso, che ha in animo di fare’. Ciò corrisponde a un reale progetto dello scrittore o, per lo meno, a un suo spiccato interesse ad approfondire tale argomento sul versante teorico e pratico?

Credo che il riso interessasse a Leopardi come momento della filosofia antica – il riso del filosofo – e come elemento di analogia con le forme di leggerezza visibili nella natura e negli animali. Ma anche come sospensione della condizione infelice. Nei progetti di scrittura non appare il tema del riso, i frammenti ad esso dedicati riguardano semmai un progetto di filosofia della vita quotidiana e il suo progettato Trattato delle passioni.

Leopardi ricorre alla potenza del riso in componimenti come I nuovi credenti, la Palinodia al Marchese Gino Capponi e i Paralipomeni per mettere alla berlina la volontaria cecità cui si condannano i più mascherando il vivere ‘arido e tristo’ con ideologie concilianti e assolutorie. Il poeta pensa, con tali sue opere, di poter intervenire concretamente nella società o si limita a denunciare le storture del mondo senza pretendere di riuscire a raddrizzarle?

Gli interventi di Leopardi sono politici anche se usano la forma letteraria. In questo senso Leopardi è un intellettuale la cui prima responsabilità è verso la forma, le forme, cioè verso il suo compito primo che è quello dello scrittore, del poeta. In quelle forme c’è la critica, e dunque l’indignazione come movimento necessario per la critica.

Se le ‘armi del ridicolo’ di cui si avvalgono le Operette morali sono, secondo Leopardi, più efficaci del ricorso alla passione e all’eloquenza, ciò si basa sull’idea che nel mondo moderno le grandi virtù e i generosi ideali degli antichi siano ormai improduttivi?

Sì, certo. Sono cadute le passioni nobili e forti. I lumi hanno portato indubbiamente i diritti e una nuova idea di società, ma hanno spento le “illusioni”. In una modernità che nel migliore dei casi, presso le “nazioni civili”, ha come controllo sociale la pubblica opinione e i comportamenti ad essa connessi – insomma l’utilità della virtù, il desiderio di stima da parte dell’altro – e nel caso dei costumi italiani invece non ha neppure questo – per “mancanza di società” – ma ha soltanto il trionfo dell’indifferenza, del cinismo, dell’egoismo, in tale modernità le “armi del ridicolo” diventano uno strumento della critica.

Lo stile leopardiano risente delle sue concezioni sul riso come pratica del distacco e dell’osservazione della realtà da un’angolatura inconsueta e quasi estranea alla vanità dell’esistenza umana?

Certo, il distacco suggerisce forme del dire, del rappresentare. Suggerisce la leggerezza delle forme. E c’è sempre in Leopardi la ricerca di un punto di lontananza estrema dal quale guardare il mondo, la sua vanità, il tempo umano, la finitudine come condizione costituiva dell’essere.

Si può affermare che con Tristano il riso divenga un atteggiamento esistenziale e un modo di convivere con le menzogne e le illusioni che dominano la vita sociale, o si tratta solo di un sintomo della sua disperazione?

Tristano ride, come Democrito, dei mali del mondo. E costruisce con il linguaggio, con l’antifrasi, con la finzione dell’adeguazione allo spirito dell’epoca, una mess’in scena, nella quale, con modi di alta ironia, di fatto egli prende le distanze da un’ideologia della modernità. Un’ideologia che rende opaca la singolarità vivente e senziente dell’individuo, annegandola nell’anonimia delle “masse” (“questa leggiadrissima parola moderna”). All’astrazione di una civiltà che opacizza il sentire soggettivo e abbandona la centralità del corpo, Tristano risponde mettendo al centro il desiderio, che è anche “desiderio di morte” . E dunque, in quanto desiderio, è una dichiarazione di vita. Con la distanza dal suo stesso libro (“bruciarlo è il meglio…”) e con l’ attenzione al desiderio Tristano replica alla esaltata e progressiva dichiarazione di una possibile, politicamente possibile, pubblica felicità. Il riso di Tristano è un atto critico-politico.

La capacità di ridere ha un risvolto pratico, nella vita e nella conversazione di tutti i giorni?

È, diciamo, un elemento del linguaggio, e dunque anche della comunicazione, ma allo stesso tempo è una rappresentazione di sé: nel quotidiano il riso suppone uno sguardo che colga l’assurdo, l’imprevisto, l’inatteso, l’incongruo, tutti elementi che nel linguaggio accelerano quello scarico di energia, quell’abbreviazione di passaggi logici, quel tempo della comprensione che per Freud costituiscono la sorgente del Witz.

Una celebre pagina dello Zibaldone afferma che la terribile potenza del riso consiste nel fatto che ‘chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire’; d’altro canto, per Eleandro ‘la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso’. Il riso, dunque, si configura come superamento, pur temporaneo, del male di vivere oppure come sua involontaria confessione – o come entrambe le cose al contempo?

Più che superamento direi sospensione, distanziamento mentale e corporeo insieme, e questo spostamento, questa dislocazione del pensare non cancella certo la condizione infelice: da una parte ne sospende l’assillo, dall’altra – soprattutto se si pensa ad una particolare forma del riso, quella democritea – segnala una sorta di consapevole nascondimento della disperazione, o della solitudine. Il riso ha una sua teatralità: le maschere possono ridere, e possono ridere anche della disperazione di colui che le porta, quelle maschere. In questo senso c’è un potere del riso: potere di dominare se stessi e la scena.

Il riso in Leopardi sembra essere un argomento poco approfondito dalla critica rispetto ad altri temi. Alcuni studiosi se ne sono occupati in particolar modo?

Leopardi è uno dei nostri classici più esposti all’interpretazione : le traduzioni in diverse lingue (non solo dei Canti e delle Operette ma anche, ora, dello Zibaldone) hanno favorito l’intensificarsi degli studi critici fuori d’Italia. E in questi studi, frequenti sono i passaggi sul tema del riso, soprattutto in relazione alle Operette. Semmai sono scarse, mi sembra, le connessioni tra il riso, osservato nelle sue diverse implicazioni e varianti, e l’orizzonte complessivo del pensare leopardiano.