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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Interviste

Paolo Rossi

Intervista a Paolo Rossi

Intervista di Ilaria Casini e Elia Liguori

Un cartellone affisso sulla bacheca della scuola. Un’idea che si fa strada nella mia testa. Un’amica già superconvinta a parteciparvi e io che non potrei essere più piena di dubbi e incertezze. Non sono mai salita su un palco. Ecco Il Problema. Però ogni cosa di quel cartellone mi spinge ad iscrivermi. Il titolo, la descrizione, la SUA foto e quella voglia di fare qualcosa di “diverso”. Un solo contro e tanti pro e dato che la mia testa funziona democraticamente: la maggioranza ha vinto.

Un corso di teatro con Paolo Rossi, c’è gente che si sarebbe fatta in quattro per parteciparvi, io mi ci sono semplicemente iscritta un pomeriggio (in ritardo) e non me ne sono mai pentita. Non solo è stata una settimana “particolare” (causa tempo apocalittico e orologio biologico e abitudini alimentari completamente sballate: orario del corso 17.00-21.00), è stata un’Esperienza con la E maiuscola.

Il laboratorio di Giovani in scena tenuto dal maestro Paolo Rossi a proposito dell’arte della commedia è stata una vera e propria scoperta non solo mia, ma per tutti i ragazzi che vi hanno partecipato. Per una settimana dal 14 al 21 giugno, venti intrepidi ragazzi si sono recati tutti giorni al Black Box di Laives per apprendere l’arte, il mestiere della Commedia e del cosiddetto Teatro popolare caratterizzato dall’improvvisazione dovuta all’Emergenza. Ecco che ci siamo ritrovati tutti a dover arrangiarci, non singolarmente, ma come gruppo. Siamo stati protagonisti di vari esercizi di improvvisazione nei quali le parole d’ordine erano “aiutarsi” e “ascoltarsi”, attraverso vari “assist” teatrali arrivare a concetti particolari o semplicemente percepire il corpo di un’altra persona e comportarsi di conseguenza in perfetta simbiosi.

Il Maestro, la nostra guida speciale che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere in quel di Bolzano (e dintorni) ci ha dato i consigli più preziosi non solo per recitare ma semplicemente per vivere coscienti di cosa ci sta intorno e si è reso disponibile, dopo esser stato soggetto di quasi tutti i titoli di cronaca dell’Alto Adige, a concedere una semplice intervista anche a noi.

Che tipo di lavoro ha proposto ai venti ragazzi iscritti al laboratorio Giovani in Scena?

«Quando si vuole fare un laboratorio la prima cosa da fare è guardare con chi si sta lavorando. Questa per noi era la prima volta che ci trovavamo con attori non professionisti ed è stata una sorpresa in tutti i sensi… una sorpresa perché avevamo in mente un programma diverso che abbiamo dovuto cambiare nel corso della settimana, ma è una cosa normale per questo lavoro. Si parte sempre con un canovaccio, un piano ma poi lo si cambia sempre in base alle circostanze e alle persone…»

Quindi secondo lei c’è una comicità diversa per i giovani e per gli adulti?

«Sì e no..»

Ma ciò che fa scaturire il riso cambia crescendo?

«Sì, sì quello sì. C’è un umorismo che vale per tutti, che può fare ridere i vecchi come i bambini; ce n’è un altro che va a classi sociali e uno che va a generazioni… e poi sta a te abbinare generazione con classe sociale!»

Ad ogni modo quindi c’è una certa difficoltà nel far ridere…

«Sì, infatti si dice che si ride a squadre, a gruppi…discende tutto dalla storia della buccia di banana se vuoi… non è che tutti ridono nello stesso modo e non è sicuro nemmeno che tutti ridano. Quando ho portato lo spettacolo Mistero Buffo nelle scuole, c’erano alcuni punti in cui gli studenti ridevano mentre i professori mi guardavano male, e in altri invece che avevano a che fare con qualcosa riferito al tempo (storico) erano gli insegnanti a ridacchiare mentre gli studenti rimanevano perplessi, ma per semplici cose, magari perché gli sfuggiva un nome che non conoscevano.»

Esistono allora dei trucchi o delle tecniche per scatenare il riso?

«Beh più che trucchi ci vogliono delle doti. Io personalmente parto sempre dal fatto che prima di tutto molta della comicità nasce dall’improvvisazione, dal gioco, prima ancora di scrivere un pezzo, ma ancora prima della scelta dell’improvvisazione, la comicità nasce dall’ascolto. Più una persona ascolta e sa guardare più riesce a cogliere gli aspetti umoristici della vita. Cioè, cosa vuol dire far ridere? Vuol dire vedere improvvisamente le cose in un modo che nessuno ha mai visto o che nessuno ha mai voluto dire pur vedendolo. Quando una persona ha un difetto, nessuno lo fa notare, non so per quale motivo, ma quando qualcuno fa una battuta riferita a quel piccolo particolare, scaturisce una risata liberatoria di tutti perché finalmente la realtà è stata spostata.»

Passiamo adesso ad una domanda un po’ più personale, lei è una persona fondamentalmente allegra o triste?

(Alzata di spalle) «Ci sono dei momenti in cui sono molto allegro e altri in cui sono molto triste. Ma non ci sto male con la tristezza. Questa è una domanda che mi fanno spesso, il fatto è che tutti hanno dentro tutto. Per esempio voi (ragazzi), al di là che poi facciate teatro o altro riguardo al campo dell’arte: c’è una parte di noi che è abbastanza oscura, detta proprio in modo banale e rozzo, in questa parte ci abiterebbe la depressione, ma molto spesso in questo punto se si usa la creatività si riesce a rigirare la depressione che passa da essere fonte di passività e di abbandono a essere energia vitale. Con questa affermazione sembro un guru. Non voglio esserlo. (Hahahahahaha!!!) Facciamo un esempio. L’arte, la creazione artistica ha bisogno di tristezza, ma con questo non voglio dire che bisogna essere tristi, ma insomma, se Beatrice si fosse fidanzata con Dante probabilmente lui non avrebbe scritto la Divina Commedia! Quindi sì, a volte sono una persona triste ma alla fine uno ci sta anche bene con la tristezza. Una specie di Malinconia Balcanica come la chiamiamo noi a Trieste, una specie di: -come stai? Sei sicuro di stare bene? – sì sì ma non preoccuparti sto bene così…è come stare da soli, a volte fa bene. Dopodiché ci sono i momenti in cui cazzeggio e mi diverto tantissimo!»

Lei ha lavorato anche all’estero giusto?

 «Sì, infatti ho insegnato anche in Polonia, e poi in varie città italiane…»  

Quindi secondo lei ci sono differenze tra le varie città nella reazione al lavoro e alla comicità?

«Sì, dipende anche dalle varie scuole. Vedi anche qui devi mettere assieme una scuola tradizionale con una alternativa. In Polonia per esempio l’ultimo giorno di laboratorio gli studenti sono venuti da me a scusarsi perché si erano divertiti troppo: io sono rimasto molto spiazzato perché non capivo. Il fatto era che a loro avevano insegnato ad essere molto sofferenti nell’apprendere il mestiere dell’attore e quindi si sentivano in colpa riguardo a questa cosa. Ma queste cose capitano anche nelle scuole italiane. In tutti i campi, non solo nel teatro, è raro trovare un insegnante con un istinto pedagogico, per esempio, e poi non è detto che uno che sa tutto poi sia anche bravo ad insegnare, bisogna avere una predisposizione. Ma al di là della predisposizione, diciamo che ci vuole anche la pratica del lavoro. Un medico che ha lavorato al pronto soccorso è più portato ad insegnare medicina di un medico che invece ha studiato solo la teoria. Questo vale anche per il teatro: se sei stato su un palco ne sai molto di più di uno che ha tutte le regole e i concetti bene a mente. Dopodiché c’è un altro problema, ovvero che nelle scuole di teatro, non lo so per certo quindi non posso dirlo con cognizione di causa, l’attore che insegna non ha mai colto quello che voleva raccogliere e quindi porta con se un po’ di frustrazione che trasmette agli allievi. Scatta anche una normale e naturale invidia, che è la stessa che scatta tra una generazione e un’altra, per forza di cose, in quel caso però può creare dei problemi. Io credo molto, più che nelle Scuole, nelle Botteghe. Le Botteghe sono delle compagnie teatrali. Sono come una nave quindi: io ti tiro su, tu cominci con il fare il mozzo e pian piano impari e impari, però sei già in mare da subito.»

Lei chi riconosce come Maestri di teatro e di comicità?

«Beh quelli che ho avuto, ne ho avuti tanti: Dario Fo, Giorgio Strehler, Giorgio Gaber, ma anche molti compagni che non sono diventati famosi. C’era un sacco di gente quando ho iniziato che aveva molto più talento di me, però poi si è persa, perché nella vita ti perdi per tante cose: per il carattere, per la famiglia, per il contesto, per i fidanzati…tante cose.»

Per finire: ci può dare qualche indicazione di lettura?

«Lettura? Leggete quello che volete: alto, basso, qualsiasi cosa. Io vi consiglio di tenere sempre due libri: uno molto impegnativo e uno molto sciolto. Io faccio così ancora adesso. Quando non ce la faccio più a leggere quello impegnativo passo a quell’altro per distrarmi un po’. Per dire io adesso sto leggendo, anche perché mi serve per uno spettacolo, La Guerra De Sogni, che è un libro di antropologia, figurati difficilissimo, e il memoriale della D’Addario. Quando non ce la faccio più con l’antropologia mi leggo due righe dell’altro e mi faccio quattro risate!»

La comicità per il nostro maestro è quindi tutta una questione di ascolto e di osservazione. Noi in una settimana lo abbiamo ascoltato e osservato il più possibile, mentre inseme ai suoi collaboratori, gli attori della compagnia BabyGang: Carolina De La Calle Casanova, Federico Bonaconza e Valentina Scuderi ci insegnavano l’arte dell’emergenza, ovvero come essere sempre pronti a dover reinterpretare un pezzo teatrale in chiave moderna in dieci minuti, come entrare spostare una sedia sedersi e uscire in mille modi diversi, come tenere su un’assemblea di tribunale con cinque parole qualsiasi e scambi di personalità. Qualcuno potrebbe pensare che non ci servirà a niente, ma noi non lo crediamo affatto.