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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 06

 aprile 2013

Segnalazioni

Kirk Freudenburg, Andrea Cucchiarelli, Alessandro Barchiesi

Musa pedestre

Segnalato da Francesca Boldrer

[ Kirk Freudenburg, Andrea Cucchiarelli, Alessandro Barchiesi, Musa pedestre. Storia e interpretazione della satira in Roma antica, Carocci editore 2007, 2a ristampa 2011 ]

Il volume è la traduzione e il riadattamento dall’inglese, a cura di Andrea Cucchiarelli, del più ampio The Cambridge Companion to Roman Satire, edito da Kirk Freudenburg per Cambridge University Press nel 2005. L’edizione italiana si concentra sulla satira romana e si articola, dopo un’ampia introduzione, in due parti: lo studio individuale di singoli autori e l’analisi di temi e prospettive. Viene omessa la satira di età moderna presente nella raccolta inglese, mentre è aggiunto il capitolo inedito “Come si legge la satira romana?” di Cucchiarelli. Completano il volume gli strumenti (cronologia, biografie, opere), note, bibliografia, indice dei luoghi e delle cose notevoli, notizie sugli autori.

Gli studi raccolti mirano principalmente a mettere in luce la “letterarietà” della forma satirica, ossia la sua capacità di riflettere criticamente su se stessa, tra dichiarazioni di modestia stilistica (Musa pedestre in Hor. sat. 2,6,17) e rivendicazioni del successo poetico. Nell’introduzione (“La satira a Roma”) Freudenburg riesamina la questione dell’origine della satira, totalmente autoctona secondo Quintiliano (10,1,93 satura quidem tota nostra est) o greca, come afferma ripetutamente Orazio, che la fa derivare dalla commedia antica, anche se altrove indica egli stesso in Lucilio l’inventor. L’assenza di Ennio dal catalogo quintilianeo è spiegata con il carattere forse non satirico, ma solo ricco e vario (satur), delle sue Saturae: perciò Lucilio è ritenuto il primo rappresentante.del genere (e unico autore citato da tutti i poeti satirici), come risulta anche in Diomede (ars gramm. 3, GL I, 485, 30-34 K.), che però riconosce anch’egli un’analogia della satira con la commedia greca, e in Livio, che riferisce dell’origine romano-etrusca (7,2,3-7). Questa valorizzazione dell’elemento romano sarebbe la conseguenza dell’influsso dell’opera di Lucilio (ben 30 libri di satire) incentrata sulla Romanitas con attacchi ad personam, aspra censura dei vizi e critica al filellenismo caro ad Ennio e Pacuvio, che contribuì ad escluderli dal catalogo dei satirici.

Particolarmente interessante è l’analisi dell’atteggiamento di Orazio, il quale, rispetto al ricco e potente Lucilio, usa (o deve usare) un tono benevolo e giocosa ironia per colpire i vizi dei suoi personaggi, peraltro stereotipati, per evitare un diretto confronto politico. Egli presenta abilmente i suoi limiti sociali come vincoli estetici, anche se non mancano punte amare e aggressive, una “vena luciliana, fattasi sotterranea”: comunque “è Orazio l’unico Lucilio possibile nei tempi nuovi” (p. 23). Dopo di lui Persio prosegue la scelta oraziana di rivolgere la satira dalla dimensione pubblica a quella privata, con sguardo stoico, moralismo e un linguaggio ermetico intessuto di richiami intertestuali che scendono nell’“animo oscuro” della Roma neroniana. In seguito Giovenale si distingue per l’atteggiamento oltremodo “indignato”, risultando xenofobo, misogino e conservatore; ma in fondo è un “perdente marginalizzato” (p. 27) e rivela l’influsso, più che di Lucilio, di Marziale, autore di epigrammi, ma assai vicino per temi e toni alle satire dei canonici poeti satirici.

Infine Freudenburg, accennando ai più originali studi di sociologia e storia della letteratura sull’argomento, nota che le forme satiriche moderne si mostrano singolarmente indipendenti dal passato latino, connotandosi non per la forma metrica (versi o prosimetri), ma per il tono satirico che rimanda al carattere irriverente dei satiri (un nesso etimologico tardo-antico forse erroneo) e per il legame con rituali medievali (Bachtin e Frye). Secondo alcuni studi antropologici la satira sarebbe invece un genere scomodo e oscuro nella sua aggressività, quasi una manifestazione dell’instabilità mentale dell’autore che lo indurrebbe all’isolamento e a sentirsi vittima della sua stessa arte (R.C.Elliott). Altri ancora pensano invece che i poeti satirici agiscano razionalmente per suscitare effetti sociali oltre che letterari (A. Kernan): così Giovenale non sarebbe stato realmente xenofobo e reazionario, ma avrebbe indossato una “maschera” per ottenere efficaci risultati morali (vd. W.S. Anderson). Lo studioso invita infine a non limitarsi agli aspetti formali della satira, ma a valutare anche i significati politici, gli effetti sul contesto sociale e culturale e la ricezione presso i contemporanei ed i posteri.

Nel cap. 1 (“Ennio e Lucilio. La doppia nascita della forma satirica”) F. Muecke approfondisce l’invenzione della satira tra cultura ellenistica e tradizione romana, considerando gli atteggiamenti innovativi (esperimenti combinatori) e l’autoriflessività su due questioni di fondo: identità letteraria e aggressività. Vengono sottolineati poi i diversi contributi dati da Ennio e Lucilio, destinati entrambi a continuità nella successiva tradizione satirica: il primo introdusse tematiche comiche, riflessioni morali, elementi autobiografici e l’uso di dialoghi che poi saranno detti sermones; il secondo il metro (l’esametro, anche per gusto parodico nei confronti dell’epica), il piglio polemico e un’autorevolezza dovuta all’alta posizione sociale dell’autore, membro dell’élite romana; e ancora polemica letteraria, libertà e sicurezza espressiva, che rivelano l’adesione ai valori della cultura e società romana di età repubblicana con cui la satira si trova a identificarsi.

Nel cap. 2 (“Orazio. Satire di un amico inquieto”) E. Gowers sostiene l’inferiorità delle Satire, nell’immaginario collettivo, rispetto alle Odi (a parte alcuni famosi brani aneddotici antologizzati), forse perché si tratta di un genere irrequieto, con un ruolo ora di “correttivo sociale” (p. 74), ora di bozzetto, caricatura, pochade. Forse esso non riuscirà a soddisfare mai un pubblico troppo sensibile e sofisticato, ma non manca di una funzione sociale nell’età augustea.

Nel cap. 3 (“Persio. Il satirico oscuro”) A. Cucchiarelli descrive Persio come un autore volutamente difficile, che mira al “cortocircuito del significato” (p. 77), al punto che i primi commentari esplicativi apparvero in età quasi contemporanea all’autore (Valerio Probo). Egli si “specchia” continuamente in Orazio, ma in modo distorto, ambiguo, contraddittorio, con una imitazione ravvicinata e quasi ossessiva, che genera peraltro nuove originali intuizioni.

Nel cap. 4 (“Giovenale. La fine della forma satirica”) V. Rimell definisce Giovenale come il “poeta dei comparativi e dei superlativi” (p. 99), desideroso di superare tutti gli altri satirici per densità, aggressività e iracondia sulla scia del grande Lucilio. Benché sia difficile delineare un quadro sintetico della sua poesia, pervasa da un pessimismo senza speranza, egli dà al lettore qualche forma di gratificazione, lo seduce e imprigiona con la sua serietà moralistica, ma poi lo inganna intrecciando con ambiguità vittima e carnefice, alternando complicità e ostilità, per cui il lettore, confuso, non sa più a quale prospettiva aderire.

Nel cap. 5 (“La satira e il rito”) F. Graf afferma che “al centro di ogni atto satirico sono il biasimo e la maschera” (p. 117) ed esamina varie forme di aggressività verbale nella società romana, sottolineando come le offese più o meno pubbliche appartenessero ad un ampio spettro di pratiche sociali, come la maledizione, la riprovazione pubblica, l’invettiva retorica. In questo contesto nascono forme di scherno e censura ritualizzate con funzione di controllo sociale, talvolta con implicazioni carnevalesche come nei versi Fescennini. Anche la satira, i cui autori possono sembrare gli eredi degli antichi censori popolari (Bachtin), appare come la trasposizione letteraria di fondamentali istanze sociali e comportamentali.

Nel cap. 6 (“Satira e filosofia. Un compromesso difficile”) R. Mayer sottolinea come i poeti satirici si siano avvicinati con cautela e talvolta con diffidenza alla filosofia, perché greca e perché in concorrenza con il moralismo romano. Certo essa è un ingrediente della “mistura” satirica, ma viene usata con parsimonia (tranne che dallo stoico Persio), evitando una eccessiva raffinatezza speculativa per rispettare l’origine autoctona del genere letterario.

Nel cap. 7 (“Il corpo e il poeta. Forme di autoriflessività satirica” di A. Barchiesi e A. Cucchiarelli) la satira è presentata come una forma letteraria che interpreta i segni della corporeità per cui, con sguardo simile a quello del medico che coglie gli indizi di malattia e salute, sa riconoscere virtù e vizi. Così, analizzando i singoli autori, si colgono in Lucilio “frammenti di un corpo instancabile”, in Orazio “fisiopatologie di un satirico inadeguato”, in Persio la constatazione da parte del medico stoico di un corpo malato, e infine in Giovenale, più impersonale nell’utilizzo di espressioni corporee per identificare la satira, la dissoluzione del corpo satirico.

Infine nel cap. 8 (“Come si legge la satira romana?”) A. Cucchiarelli, superando le idee cristallizzate intorno al concetto di satira (aggressività, intento moralistico, parodia, abbondanza e varietà), sottolinea differenze ed analogie, analizzando, con ricchezza di exempla il ruolo di Orazio come teorico della satira con le sue riflessioni poetologiche e qualche “stratagemma” (come quello dell’”ultimo arrivato”, p. 173), il rapporto tra satira ed epos, la scoperta dei modelli greci e il ruolo culturale della satira, “ben lontana dal ridursi all’idea di parodia come parassitismo” (p. 201), nella biblioteca romana.

Come risulta dalla sintesi dei vari capitoli, questa raccolta di studi offre uno strumento di studio utile e completo sulla satira romana, che la analizza da molteplici punti di vista, affronta le questioni fondamentali, vaglia le più recenti interpretazioni e fornisce spunti per l’analisi, l’approfondimento e per ulteriori ricerche riguardanti questo interessante genere letterario. La satira appare qui in tutta la sua intelligente complessità: attraente per la varietà dei temi, stimolante per l’acutezza della riflessioni, coinvolgente per l’immancabile ironia o parodia, e soprattutto coraggiosa e moderna per l’instancabile spirito critico che la anima nella sua lotta contro i vizi e nel suo impegno, anche nelle affermazioni più pessimistiche, al servizio e per il bene della società.