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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Interviste

Umberto Gandini

Al telefono con Umberto Gandini, traduttore di Jean Paul

Intervista di Luisa Bertolini

Umberto Gandini, giornalista e traduttore di saggistica e narrativa, è nato a Milano e ora vive e lavora a Bolzano. Di Jean Paul Richter ha tradotto per la casa editrice Frassinelli Flegeljahre (L’età della stupidera, 1996) e Siebenkäs (Setteformaggi, 1998).

Parlo con il dottor Umberto Gandini?

È lui.

Ho scoperto che il traduttore di Flegeljahre e di Siebenkäs – due romanzi di Jean Paul Richter, di settecento pagine ciascuno – è un famoso giornalista che vive nella mia stessa città. Ho pensato di chiamarLa e di chiederLe da dove è nata l’idea di tradurre questo autore.

Ho letto una volta sulla Storia della letteratura tedesca di Mittner che Jean Paul è il più grande umorista della letteratura tedesca. Non ne sapevo nulla e ho cominciato a leggerlo. C’era da perderci la testa. È impossibile riassumere un suo romanzo. Ci si immerge in una giungla – aveva scritto un critico -, una giungla in cui accadono molte cose imperscrutabili, dove l’autore interviene direttamente come un personaggio protagonista, in un gioco di specchi senza fine. Proprio da perderci la testa a volerlo seguire in tutte le sue trasformazioni. L’ho letto come si può leggere Rabelais o come si può leggere Gadda. Ho trovato citazioni, moralismi, arguzie. Un racconto frantumato, scomposto, disordinato.

Ma l’idea della traduzione? Da dove le è venuta?

Sì. Capitò allora che la casa editrice Frassinelli affidasse ad Aldo Busi, un intellettuale scandaloso, la direzione di una collana, “I Classici Classici”. A Busi proposi Jean Paul. Sa, io sono un mercenario della cultura e molto ho dovuto fare per essere accettato dall’accademia. Sono laureato in giurisprudenza. Nella mia formazione ha contato l’esperienza, la lettura, con un approccio da artigiano. Non sono un accademico, sono un giornalista.

Forse proprio per questo ha scelto Jean Paul che certo non era un accademico…

Jean Paul, certo, è uno scrittore difficile da classificare, da collocare all’interno di una qualsivoglia categoria della storia letteraria. Sconcerta, infastidisce e non si sa dove metterlo. Ci avevano provato già Goethe e Schiller che avevano voluto imporgli le regole del classicismo. Poi i romantici di Berlino che potevano sembrare più congeniali alla sua fantasia. Per tutta risposta Jean Paul aveva abbandonato prima Weimar e poi Berlino per andare a coltivare sé stesso a Bayreuth e non perché Bayreuth fosse una cittadina intellettualmente stimolante, ma perché – disse – vi si faceva dell’ottima birra. E lui, quando si rendeva conto che in casa c’era troppo chiasso, che la moglie e i figli lo disturbavano, faceva mezz’ora di strada per raggiungere un’osteria, dove poter scrivere e bere birra in pace.

Rovesciamento del sublime messo in pratica. E la sua fortuna in Italia? A parte Dossi e Gadda…

Le opere di Jean Paul sono state spesso pubblicate a pezzi, estrapolandone delle parti. Aveva già cominciato la de Staël che, per accreditarlo come romantico, aveva tradotto solo il Discorso del Cristo morto che fa parte di Siebenkäs. Così anche in Italia – e siamo già nel 1948 – Laterza ha pubblicato il Siebenkäs, tradotto da Elena Craveri Croce, in una sintesi alla Reader’s Digest, con larghe parti riassunte. Inoltre le traduzioni esistenti non tenevano conto della leggibilità del testo.

Immagino la difficoltà di tradurre Richter…

Jean Paul è un umorista finissimo, diceva Mittner, difficile da rendere. Questo lo ricordo con nettezza: la difficoltà stilistica nel raccordare i momenti umoristici e il romanticismo. Alcune descrizioni pervase da un entusiasmo sincero per la natura e poi un salto, la capacità di far sorridere. Si trattava di due piani davvero diversi. Nel leggerlo si passa improvvisamente dalla commozione sentimentale alla satira, poi le similitudini impossibili, le metafore acrobatiche, le associazioni strampalate. Jean Paul non resiste alla tentazione di mettere per iscritto tutto ciò che gli passa per la testa. Sì, difficile da rendere. Una delle due traduzioni – non ricordo quale – ha ricevuto anche il Premio Ervino Pocar di Gorizia.

E i criteri della traduzione?

Prima di tutto aderenza assoluta al testo. Come sempre di fronte a un classico bisogna trovare la musica, la cadenza, un filo. E con musica non intendo la melodiosità, perché spessissimo la prosa di Jean Paul è tutt’altro che melodiosa. Il suo periodare è una costruzione musicale davvero avveniristica e in certi momenti stridula e dissonante, sembra sconfinare nell’atonalità. C’è, nel Setteformaggi, un passaggio in questo senso molto significativo. L’avvocato dei poveri, Firmian Setteformaggi, suo alter-ego, è seduto a tavola, tenta inutilmente di intessere un dialogo non banale con la moglie Lenette e poi, in un momento che direi topico, batte la forchetta sul piatto, accosta la posata che vibra a un orecchio, si tappa l’altro e si perde nell’ascolto del suono. Mi viene in mente anche il personaggio di un altro romanzo La vita del piccolo maestro Maria Wuz. L’ha letto?

Sì, fa parte della Loggia invisibile

Dunque: Maria Wuz che, non avendo i soldi per acquistare i libri, li scrive lui stesso e hanno il titolo di testi famosi. E alla fine è convinto di esserne lui stesso l’autore. È un umorismo colto e raffinato.

È un umorismo che può ancora far ridere?

(pausa) No, non credo, non più. Si può apprezzarne lo stile, si può anche ridere per alcune scene che costruisce…

E i personaggi dei due romanzi che Lei ha tradotto?

L’età della stupidera era inizialmente un capitolo del Titan, il suo romanzo più famoso, ma il materiale gli era cresciuto tra le mani e ne uscì una specie di Bildungsroman. Il problema che Jean Paul cercò di risolvere fu quello di arrivare alla sintesi di sé stesso: la sintesi fra l’uomo dei sentimenti e l’uomo delle azioni. L’autore si doppia nei due protagonisti: Walt, l’eterno bambino che vive fra le nuvole poetiche e riesce a dipingere di rosa anche i personaggi più biechi, e Vult che ne gela ogni slancio, dispettoso e contestatore, con i piedi per terra, ma anche lui sconfitto. Jean Paul poi vi compare altre volte, all’inizio come cadavere, l’autore del testamento, quello che determina, beffardo, lo svolgimento della storia…Poi come autore della biografia, come personaggio sdoppiato non dichiarato, come personaggio dichiarato che cita sé stesso come autore e così via. Anche in Setteformaggi ricompare lo sdoppiamento: Setteformaggi e Donacorpo rappresentano due parti divise dell’animo dell’autore e il narratore stesso non solo è spaccato in due, ma osserva le sue due metà. Il lettore non fa a tempo a cogliere la presenza concreta dell’autore che, ecco, Jean Paul si sposta altrove. Un gioco di specchi senza fine.

Mauthner dice che è un bravo teorico dell’umorismo, ma meno umorista nei suoi racconti.

È vero. Non è un vero romanziere, non sa narrare. Più che altro sperimenta dei processi del suo pensiero. Però l’ho tradotto volentieri, ma ora è passato molto tempo, sono anch’io altrove, distante, sto lavorando a una nuova traduzione, sto scalando una montagna con Sabine Gruber…

Grazie e arrivederci. Ah, vuole che Le mandi il testo dell’intervista?

Non si preoccupi. Sono talmente geloso della mia libertà di scrivere da non poter interferire in quella degli altri.