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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Copertina Numero 17

 ottobre 2018

Saggi e rassegne

Luisa Bertolini

Luigi Malerba e la filosofia. Note in margine a Strategie del comico

Alla filosofia del comico la letteratura offre un vasto e importante ambito di riflessione; spesso i contribuiti teorici più importanti provengono proprio dagli scrittori, basti pensare a Jean Paul Richter, Carlo Dossi, Pirandello e Alberto Savinio. La creazione artistica rivela all’autore i meccanismi retorici che producono il riso – dalla risata aperta al riso più amaro – e si basa, in genere, su una concezione della vita che contiene elementi che possiamo ricondurre allo scetticismo filosofico. Strategie del comico di Luigi Malerba – pubblicato quest’anno da Quodlibet e citato in seguito come M – si presenta come una raccolta di annotazioni e riflessioni (alcune inedite, altre già pubblicate, MALERBA 1980 e 2018b) di un letterato che vuole misurarsi con l’argomento sul piano estetico, retorico e filosofico, senza pretese di una definizione unitaria, ma aprendo l’indagine alle molteplici figure della comicità; a volte prevale la scrittura letteraria, la progettazione di nuovi racconti o romanzi, la costruzione di una gag per il cinema. Anche l’immagine scelta dai curatori per la copertina sembra adatta a riassumere il contenuto del libriccino: un murale di Bologna che rappresenta la risata di un essere giallo e fantastico, una sorta di calamaro con tripli occhi e orecchie, sospeso tra il riso sarcastico del Joker di Jack Nicholson e l’ambigua pluralità del comico.

Conosciamo Malerba come scrittore comico e umoristico, capace di costruire mondi irreali che svelano la frattura tra le parole e le cose, utilizzando le diverse forme dell’ironia, della satira e del grottesco (cfr. SORA 1988; ACCARDO 2010 in questa stessa rivista), ma va sottolineato che tutta la scrittura di Malerba è attraversata da una consapevolezza teorica. Margherita Heyer-Caput ha definito l’opera di Malerba – forse con troppa enfasi teoretica – «letteratura della riflessione» per la capacità di recepire i temi della sperimentazione letteraria del Gruppo 63 e gli argomenti filosofici ed epistemologici che circolavano nell’ambiente dell’«illuminismo padano» che faceva capo alla rivista “Il Verri” diretta da Luciano Anceschi (cfr. HEYER-CAPUT 1995). A questo si aggiungono le letture filosofiche, scientifiche e storiche che sottendono alla creazione dei racconti e dei romanzi e che affiorano spesso in citazioni dirette.

Malerba però non scrive volentieri dei saggi; pochi sono i suoi lavori critici: si può ricordare la Presentazione agli Apologhi ed elogi di Leon Battista Alberti pubblicati nel 1984, ma anche in questo caso l’interesse dell’autore scaturisce dal fascino di una creazione letteraria in cui il senso viene lasciato «sospeso e scomposto in un paesaggio frammentario che richiede poi la complicità del lettore per la sua ricomposizione» (MALERBA 1984, p. 8). Del procedimento dell’Alberti nel suo bestiario umanistico a Malerba interessa il meccanismo che fa ridere o sorridere il lettore e, insieme, riflettere su quanto è apparentemente ovvio; e questo vale per tutte le altre letture filosofiche, scientifiche e storiche che diventano sperimentazioni logiche, paralogiche e linguistiche. Certamente anche il procedimento ha, a sua volta, un fondamento filosofico, in una visione scettica dell’io e del mondo, ma la penna di Malerba ha il sopravvento, costruisce dialoghi, storie, intrighi, inchieste, gialli, un po’ come è capitato a Gadda quando voleva laurearsi in filosofia con Antonio Banfi e Piero Martinetti e invece scrive le Meditazioni milanesi.

Questa volta lo spunto filosofico deriva a Malerba dalla lettura dell’impegnativa antologia Storia del comico e del riso. Itinerari antologici nella cultura e nell’arte – curata da Liborio Termine e pubblicata nel 2003 dalla casa editrice Testo & Immagine (citato come T) – che raccoglie i testi più importanti della storia del pensiero che hanno per oggetto il comico. Il libro si apre con una breve recensione di questa silloge e vi fa poi indiretto riferimento in relazione a singoli aspetti, strutturando l’esposizione in modo divagante ed episodico, probabilmente non ancora concluso o volutamente aperto. Del resto il modo di procedere che divide la trattazione in frammenti fa parte essenziale del suo metodo di analisi, come ebbe a scrivere in proposito lui stesso:

Ci sono scrittori che tendono alla trilogia e quelli che tendono alla enciclopedia. Io faccio parte dei secondi, in compagnia di Savinio, Calvino, Flaiano perché, mentre i primi cercano di dividere il mondo in tre, gli enciclopedisti procedono a un sottile lavoro di frantumazione e poi descrivono i frammenti, in qualche caso se li inventano, e poi li dispongono in un nuovo ordine. (in GAETA, PEDULLÀ 2009)

Nonostante la prima frase di Strategie del comico enunci che il pensare confonde le idee, che la lettura dei principali teorici del comico e del riso sortisce l’effetto di una «nuova globale confusione» sul tema, Malerba appare convinto della necessità di attraversare questa raccolta di testi come «preambolo a ogni possibile futura strategia» (M, p. 7), e con strategia intende in metafora l’arte della guerra, per l’analogia dei termini di «aggiramento, accerchiamento, offesa, difesa, inseguimento, fuga» che si ripropongono nelle varianti della satira, dell’arguzia, della beffa e della gag, che non agiscono solo all’interno della narrazione, ma ne prevedono l’uso come arma, come guerriglia (M, p. 62).

Il punto di partenza teorico è costituito dal problema della definizione: molti autori ne negano la possibilità con la ripetuta affermazione – formulata forse per la prima volta da Fritz Mauthner – che l’umorismo non esiste, esistono solo scrittori umoristici. Affermazione questa che in genere non esclude un’indagine ulteriore, mentre Benedetto Croce la nega senz’altro, facendo rientrare il concetto di comico nella sfera dei concetti empirici, escludendolo dall’arte, dalla poesia e quindi dall’estetica:

Con l’arte propriamente detta, con l’arte in senso estetico o Poesia, il concetto del Comico non ha altro rapporto che quello di designare empiricamente alcuni aspetti del mondo dei sentimenti, che è la materia della Poesia: materia e non forma, donde l’errore di aver collocato quel concetto tra le categorie estetiche. (CROCE, in T, p. 245)

«Giusto», scrive Malerba citando l’affermazione di Cicerone secondo cui «di questa materia non si danno regole» (M, p. 10); possiamo però rilevare che se è vero che non si danno regole, questo non esclude la possibilità di un’indagine estetica e fenomenologica di questo territorio della soggettività – come già aveva rilevato Pirandello in polemica con Croce (cfr. T, pp. 249ss.) – né esclude la necessità di una ricognizione storica delle idee a riguardo.

La narrazione inizia con il mito: Liborio Termine riprende alcuni risultati della ricerca che Armando Plebe aveva esposto in La nascita del mito (1956), ricordando che il riso non è originariamente legato al comico, ma esprime un’armonia gioiosa attribuita alla natura; solo più tardi il riso scaturisce dalla derisione dello sconfitto che l’eroe omerico credeva superiore e poi scopre vinto, entra nel mito dei Cercopi e negli inganni dell’Olimpo. Malerba aggiunge e racconta della risata omerica a cui gli dei (non le dee che rimangono a casa per la vergogna) si abbandonano allorché scoprono Ares e Afrodite, sorpresi nell’amplesso da Efesto tradito, e presi nella rete. Riporta anche la cattura dei due Cercopi gemelli da parte di Eracle e le loro risa quando, appesi con la testa in giù a un bastone che l’eroe porta sulla spalla, ne scoprono il culo bruciacchiato e fanno ridere lo stesso Eracle che li mette in libertà.

Malerba dedica un breve cenno anche ai filosofi greci, a Platone che, nella Repubblica, considera i testi comici quasi un pericolo per la società e condanna il riso come causa dello sconvolgimento (metabolé) dell’anima. Invero l’opinione platonica viene mitigata – lo sostiene Plebe nella parte del saggio riportato nell’antologia con citazioni tratte dal Filebo e dalle Leggi – dall’ammissione del loro carattere innocuo, il che apre la via alla rivalutazione aristotelica. Mentre Platone, però, fa derivare il riso dall’invidia, Aristotele ne trova l’origine nella buona disposizione dell’animo, nella benevolenza, nella filantropia, giungendo alle soglie della «catarsi comica» (T, p. 33); «insomma, come si dice, – commenta Malerba – una risata fa buon sangue» (M, p. 9).

Poco interessato alla spiegazione fisiologica di Descartes e alla tesi di Hobbes che individua nel riso l’improvvisa stima di sé e il senso di superiorità verso l’altro, Malerba passa a commentare l’affermazione di Kant secondo cui il riso scoppia di fronte all’assurdo e «deriva da un’aspettazione tesa, la quale di un tratto si risolve in nulla» (T, p. 55). Malerba scrive: «Mah. Si può scommettere che una situazione tesa che si risolve in nulla più che al riso induca all’ira e alla bestemmia» (M, p. 9). Alcune pagine dopo, ritorna sull’argomento sempre allo scopo di contestare la definizione kantiana; inventa a mo’ di esempio la storiella di un uomo rinchiuso in una gabbia insieme a un leone. La mattina dopo il malvagio che lo ha rinchiuso trova l’uomo dentro la gabbia con un mucchietto di ossi ai suoi piedi: ha mangiato il leone. L’aspettativa – scrive – non si risolve in un nulla, ma in un fatto a sorpresa ed è la sorpresa, in questo caso, a essere comica (M, p. 29). Il nostro autore si limita però a questa osservazione critica – che peraltro era già stata formulata da Jean Paul Richter – senza considerare che proprio Kant inserisce nell’estetica il tema del comico, apprezzato al punto di voler aggiungere il riso ai doni del cielo indicati da Voltaire nella speranza e nel sonno. Nelle pagine seguenti della Critica della facoltà del giudizio, Kant approfondisce poi la tesi del comico come illusione dissipata con un’interessante analogia con il gioco della palla «che per un certo tempo gettiamo di qua e di là, pensando soltanto ad afferrarla e a ritenerla» (T, p. 56), metafora dunque del libero gioco dell’immaginazione.

A Hegel Malerba non concede alcuna attenzione: «un imbroglio di pensieri che non riesco nemmeno a riassumere» (M, p. 9). Va però rilevato che il giudizio di Malerba appare anche qui piuttosto affrettato poiché nei passi dell’Estetica che trattano il comico ci sono distinzioni importanti: tra ridicolo e comico, tra riso di motteggio, di disprezzo, di disperazione ecc. e comico, concetto che Hegel collega con l’infinito buonumore e con l’essere a proprio agio nella soggettività, con l’essere capaci di sopportare la dissoluzione dei fini, come nel caso dell’avaro che ha concentrato tutto il suo essere sul freddo godimento della ricchezza astratta del denaro, oppure nel caso opposto, esemplificato dalle Ecclesiazuse di Aristofane, commedia nella quale si mescolano la ricerca del fine sostanziale della nuova costituzione politica con i capricci e le passioni di donne.

L’annuncio della modernità viene indicato da Malerba nel saggio di Baudelaire sull’essenza del riso: Liborio Termine riporta come emblematica la storia, raccontata dal poeta francese nello Spleen di Parigi, del buffone Fancioulle (Fanziullo, traduce) che aveva allestito uno spettacolo straordinario per rappacificarsi con il suo Re, il quale però, nel momento più intenso della recitazione, ordina a un paggio di fare un lungo fischio che provoca la morte improvvisa del buffone in estasi. Il comico può sopravvivere solo nel grottesco rappresentato dalla risata agghiacciante dell’ebreo errante Melmoth, creato in clima romantico dal reverendo Maturin. E anche in quello che il poeta definisce «comico significativo» si mantiene il carattere della dualità, del doppio, dell’«essere a un tempo sé e un altro» (T, p.118). La pagina di Kundera inserita nell’antologia a commento della tesi di Baudelaire ribadisce l’essenza diabolica del riso, ci racconta del riso del diavolo, imitato per reazione e per debolezza dal riso dell’angelo: il riso del diavolo alludeva all’assurdità delle cose, quello dell’angelo alla loro bontà e armonia, ma non riusciva convincente e ne appariva un’imitazione ridicola. Conclude Kundera: «esistono due tipi di riso e noi non abbiamo parole per distinguerli l’uno dall’altro» (L, p. 122). Malerba non cita Kundera, riprende invece Baudelaire accostandolo a Nietzsche, al suo riso filosofico che si fa beffe del mondo e di dio, «un riso che fa rabbrividire» (M, p. 76) e si sofferma poi più volte sul carattere insolente, crudele e satanico del ridere.

Prosegue la lettura: oltre al testo di Freud – di cui apprezza l’analisi dell’imitazione, della caricatura, del travestimento e della parodia, ma non i tentativi di definizione sul risparmio di inibizione – cita gli estratti dei libri di Bergson, Pirandello e Breton. Possiamo individuare il nesso che, secondo Malerba, collega questi autori del Novecento nella ricerca incessante dell’essenza inquietante delle cose, un’essenza che può essere colta soltanto con lo strumento del comico e dell’umorismo. Pirandello lo aveva affermato nel suo saggio sull’umorismo, definito come un misto di sentimento e riflessione, specchio, questa, «ma d’acqua ghiaccia, in cui la fiamma del sentimento non si rimira soltanto, ma si tuffa e si smorza» (T, p. 257). La natura dello scrittore umorista nasce allora da una visione malinconica, dalle tristi esperienze della vita, dal pessimismo e dallo scetticismo. Scrive Pirandello:

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in se stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo; e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa. (T, p. 262)

Cerchiamo, prosegue Pirandello, di tornare alla normalità, ma a questa coscienza normale e alle idee che vi sono connesse non riusciamo più a credere, non riusciamo più a prenderle sul serio, «perché sappiamo ormai che sono un nostro inganno per vivere e che sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o d’impazzire» (ib.).

Analogamente Breton conia il termine humour nero e lo pone come titolo a un’antologia di scrittori che hanno in comune la capacità di affossare ogni valore, di ridere anche del nulla con una risata agghiacciante, stampata sul viso come una smorfia alla Lautréamont: vi sono inclusi autori come Baudelaire, Jarry, Savinio, De Chirico, Duchamp e molti altri.

Malerba è cosciente di questo sostrato e lo rivela nel continuo accostamento di comico e tragico, di riso e pianto: nella lingua – nota – si dice “crepare dal ridere” o “morire dal ridere”, ma lo individua anche nelle figure del buffone e del clown. A proposito di quest’ultimo scrive:

Il clown non pretende una risata omerica, rumorosa. Si tratta di un riso silenzioso che noi per convenzione definiamo triste. Il clown ci insegna a ridere di noi stessi, sotto specie comica interpreta l’uomo con tutti i suoi infantilismi. Ed è un riso che segretamente nasce dalle lacrime. (M, p. 47)

Anche il carnevale descritto da Bachtin non ha più, secondo Malerba, il carattere di una festa tradizionale e finisce col mostrare un volto tetro nascosto dietro la mascheratura comica (cfr. M, p. 127-128). Lo spettro del vuoto e del nulla ricompare anche nel paragone, ripreso da Baudelaire, del comico con il gioco del bambino che distrugge il suo giocattolo, «movimento distruttivo, riduzione al nulla», che Malerba paragona alla scoperta da parte del popolo in rivolta che trova nelle Tuileries la sede vuota del potere (M, p. 97). Ma anche in altri brevi passaggi, come ad esempio quando cita Scialoja («Passa in cielo una folaga… Ne segue un’altra analoga») e commenta: «è ancora un modo di oltrepassare gli involucri che nascondono l’essenza inquietante (e comica) delle cose» (M, p. 112), oppure quando lamenta il «vuoto desolante» lasciato dalla morte di Don Chisciotte, del quale la comicità di Sancio non può essere erede (M, p. 123). Questo è invero il «sottofondo tragico» di tutti i libri di Malerba «anche se spesso si presentano in una veste ironica e irridente», come disse l’autore in un’intervista (cit. in HEYER-CAPUT 1995, p. 220).

Illogico e paralogico, incongruo, assurdo, paradosso, contraddizione, sorpresa, equivoco, contrazione, accelerazione, enfasi, deformazione, ripetizione, accumulo, scarto e digressione sono gli elementi della nuova retorica del comico in grado talora di rovesciare il tragico nel comico e il comico nel tragico. L’analisi del linguaggio diventa allora il terreno principale della riflessione di Malerba e dà anche lo spunto per una nota di leggerezza e di speranza: la leggenda dei due narratori di aneddoti, il turco Nasreddin Hodja e del bulgaro Hitar Petar, rivali e antagonisti, ma ai quali la tradizione turca e quella bulgara attribuiscono un’identica piccola storia, basata sulla convinzione che buttando del lievito in un lago si possa fare una bella quantità di yogurt. Dalla rivendicazione bilaterale è nata e si ripete ogni anno una cerimonia che coinvolge scrittori umoristici bulgari e turchi che si incontrano e versano del lievito in un lago. Il mattino seguente constatano la delusione: «un omaggio all’assurdo», ma un’occasione di incontro tra due popoli che non si amano affatto (M, p. 135).

Torniamo ora alla lettura di Malerba del libro di Liborio Termine. L’ultima sezione dell’antologia raccoglie brevi saggi dedicati al cinema e in particolare alcuni sul corpo comico nel cinema. È la parte che a Malerba interessa di più perché raccoglie testimonianze di autori che hanno fatto esperienza diretta del comico, ma anche perché al cinema Malerba ha dedicato una parte importante della sua attività artistica. Nel suo libro, oltre ad alcune note su Ridolini, i fratelli Marx e al capitoletto sul riso freddo di Buster Keaton, troviamo qualche pensiero sulla gag e qualche tentativo di improvvisarne qualcuna; le ultime pagine forse ne propongono una: hanno come titolo Palinsesto, un breve racconto, pubblicato per la prima volta nel 1964 sul “Giornale d’Italia” e inserito anche nella raccolta Sull’orlo del cratere, MALERBA 2018b). In un mondo futuro nel quale l’umanità, in seguito a un cataclisma, si è ritirata a vivere nelle città sotterranee, due professori – Selm e Kap – esaminano un reperto da museo, un misterioso segmento di nastro cinematografico che mostra un uomo in bombetta che cammina a zig–zag per la strada di una città del passato. Non capiscono: nella sequenza cinematografica talora l’uomo appare tagliato, la testa staccata dal corpo oppure il corpo senza la testa. Improvvisamente scoppiano a ridere:

Che senso poteva avere tutto questo? O forse la soluzione dell’enigma era proprio qui, in questo riso inutile, gratuito o assurdo? […] Dopo la proiezione di questo segmento cinematografico gli [a Selm, ndr.] era venuto da pensare addirittura che l’arte avesse semplicemente lo scopo di far ridere. Questa idea gli parve talmente azzardata, astrusa e irriverente che si vergognò di averla avuta.

Riaccendono lo schermo, Kap inizia di nuovo a ridere, Selm non ride, vuole sorvegliare il volto di un suo lontano antenato seduto in una sala cinematografica: vuole capire come il comico produce il riso. «Ridono i satiri e ridono le ninfe alla fine di alcuni apologhi – aveva scritto Malerba sui raccontini di Alberti –, ma il lettore è indotto a sospendere «il riso oltre che il giudizio» (MALERBA 1984, p. 8). Il che a dire che sul comico e sul riso c’è poco da ridere, che nel comico si annida il pensiero, ma anche che tutto ciò che si prende sul serio può risolversi in una risata.

Bibliografia

MALERBA Luigi (1980), Strategie del comico, “Alfabeta”, ottobre 1980

MALERBA Luigi (1984), Presentazione a Leon Battista Alberti, Apologhi ed elogi, edizioni Costa & Nolan, Genova

MALERBA Luigi (2016), Romanzi e racconti, a cura di Giovanni Ronchini, I Meridiani, Mondadori, Milano

MALERBA Luigi (2018a), Strategie del comico, Quodlibet

MALERBA Luigi (2018b), Sull’orlo del cratere, a cura di Gino Ruozzi, Mondadori

TERMINE Liborio (2003), Storia del comico e del riso. Itinerari antologici nella cultura e nell’arte, Testo & Immagine

SORA Sanda (1988), Modalitäten des komischen. Eine Studie zu Luigi Malerba, gottfried egert verlag, Heidelberg

HEYER-CAPUT Margherita (1995), Per una letteratura della riflessione: elementi filosofico-scientifici nell’opera di Luigi Malerba, Edizioni Paul Haupt, Berna-Stoccarda-Vienna

GAETA Maria Ida, PEDULLÀ Gabriele, a cura di (2009), Omaggio a Luigi Malerba. Fotobiografia. La vita, le opere (1927-2008), Comune di Roma

ACCARDO Giovanni (2010), La letteratura come irrisione. Le forme del comico nell’opera di Luigi Malerba, “Fillide”, n. 1

Recensioni di Strategie del comicodi Luigi Malerba:

MAURI Paolo, La morte del cinema e il Malerba ritrovato, “Il venerdì”, 11 maggio 2018

MINORE Renato, Luigi Malerba. Inediti comici e grotteschi a 10 anni dalla scomparsa, “Il Messaggero”, 14 maggio 2018

PAPETTI Viola, Destini satirici e morfologia dell’attor comico, “Alias”, 3 giugno 2018

ERRICO Antonio, Malerba, lo scrittore ai confini del reale, “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 9 giugno 2018

MARCHESCHI Daniela, Comicità contro il pensiero unipolare, “Il Sole 24 Ore”, 18 luglio 2018

ZACCURI Alessandro, Malerba. La serietà del comico, “Avvenire”, 25 luglio 2018

GIMMELLI Gabriele, Luigi Malerba: frammenti di un discorso sul comico, “Doppiozero”, 28 agosto 2018