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il sublime rovesciato: comico umorismo e affini

Testi

Umberto Tecchiati

Il night del professor Cremonesi

Il professor Cremonesi era all’epoca uomo di forse poco meno di sessant’anni, alto, un po’ curvo e dall’aspetto un po’ assente. Aveva una postura tale della colonna vertebrale per cui sembrava sempre un po’ storto a mano mancina. Questa impressione di obliquità era accentuata dal fatto che camminava rasente ai muri, di certo per evitare le torme di studenti che andavano e venivano per i corridoi, per lo più saltando e correndo, e dei quali aveva, è da credersi, un certo terrore: ciò offriva all’osservatore la possibilità di paragonare la sua postura a quella che abili muratori avevano impresso nella precisa verticalità dei muri della scuola, a piombo. D’altra parte anche il professor Cremonesi aveva un suo personale aplomb. Guardandoli, lui e il muro, e avendo a mente la dignitosa persona di Cremonesi, fatti due conti potevansi credere storti i muri, e dritto lui. Come che sia, su temi di questo tipo vige il diritto di avere opinioni proprie, indivisibili e indiscutibili: chi invoca la forza della morale, chi il potere della fisica, della statica e del filo a piombo e chi, dovendo esprimere qualcosa di sinistra, l’abilità della classe operaia. La mia opinione è che fosse storto davvero: lo sarebbe sembrato di meno se invece che reggere i troppi libri che gli servivano per insegnare a noi zucconi il greco, avesse distribuito il peso immane dei medesimi tra la mano mancina, che era a questo fine deputata procedendo dalle scale alle aule, e la mano destra, che teneva invece a dita aperte, leggermente obliqua, e che egli impiegava per tenere una distanza standard dal muro. Al ritorno, procedendo in senso inverso dalle aule alle scale il peso dei libri si spostava dalla mano mancina alla destra, e la mancina si apriva leggermente obliqua a ricreare contro il muro opposito la distanza standard che gli bisognava per reggersi nell’universo periclitante in cui viveva. Ma ciò solamente nel caso in cui scegliesse, appunto, di svignarsela lungo il muro opposito, il che non era, a sua volta, un’operazione standard, ma l’esito di intime riflessioni sulle quali potevasi astrologare come sul volo degli uccelli, sulle volute e le gibbosità del fegato etrusco di Piacenza o sui fondi di caffè.

Il professor Cremonesi non era totalmente avvezzo a radersi, ma si crede che il più delle volte semplicemente se ne dimenticasse. In questo genere di amnesia rientravano anche: la chiusura della patta dei pantaloni dalla quale, nei casi più avversi, fuoriusciva un lembo della camicia azzurra; il pettinarsi, l’allacciarsi le scarpe, mettere la freccia quando andava in bicicletta, tenere la destra, fermarsi al rosso, salutare e riconoscere di primo acchito l’elementare relazione che esiste tra il nome di un alunno scritto sul registro e il volto del medesimo. Tutto ciò avrebbe potuto rendere la sua vita perigliosa, come si diceva, ma essendo molto devoto e sfuggendo di norma alle insidie che lui stesso si tendeva, e che avrebbero potuto rovinarlo, si configurava, inopinatamente, come una prova, sia pure indiretta e non definitiva, dell’esistenza di Dio.

Egli discendeva da una antica famiglia di liutai di cui aveva rifiutato l’arte, non priva di lusinghe, per abbracciare l’onorata ma meno remunerativa professione delle lettere. Che esse non diano pane era ciò che, detto in lingua lombarda, all’ombra del Torrazzo, durante le passeggiate domenicali, o di fronte a un fumante piatto di marubini, gli ripetevano i suoi maggiori, ma era appunto tra le sue amnesie anche l’alimentarsi, ciò che era forse all’origine tanto della sua magrezza quanto dell’aspetto un po’ sofferto che lo caratterizzavano. Insomma, in certe giornate sembrava appena uscito da un night.

Ma il night di Cremonesi non era rappresentato da locali fumosi in cui donne discinte si aggirano tra i tavolini affollati di polli provvisoriamente soli coniugati a galline, ai quali estorcere molto denaro sotto forma di long drink molto alcolici dai nomi esotici (tipo: hot banana, gin cronic, Bahia desnùdate toda, o Cuba sùccuba) con la promessa di massaggi revitalizzanti (di fatto, poi, sostituiti da bene assestati ceffoni del buttafuori onde farli riemergere dal coma etilico).

Il night di Cremonesi era la biblioteca del Liceo, governata con marziale efficienza dalla Professoressa Tassoni. Ad ogni ora libera Cremonesi vi si rifugiava per gettarsi nello studio, ciò che faceva in compagnia, in genere, di non più di uno o due colleghi, sempre i soliti, che egli guardava senza vedere. Posava i libri che gli erano serviti per fare lezione (La storia della letteratura greca del Garzya, i lirici greci, Erodoto o una tragedia a seconda della classe di liceo in cui aveva seminato la sua scienza) quindi cadeva in uno stato di trance letterario da cui lo poteva risvegliare solamente, come una secchiata d’acqua gelida, il suono della campana. Un sabato mattina, a causa di un guasto tecnico la campana dell’ultima ora non suonò, Cremonesi rimase in biblioteca tutto il fine settimana, e siccome le luci della sala erano accese non si accorse del fenomeno astronomico noto volgarmente come avvicendamento del giorno alla notte. Lunedì mattina alle sette e trequarti la Tassoni lo sorprese a pagina 438 del III Tomo della Pauly-Wissowa: “Buongiorno Cremonesi”, gli disse soltanto, “arrivato di buon’ora”. Cremonesi, che non era più stralunato e meno rasato di fresco del solito, non riemerse dal trance, ma qualcosa nelle retroguardie del suo sistema limbico gli mosse le labbra, aride per il prolungato digiuno, a chiedere un cappuccino e una brioscia. La Tassoni lo guardò con un sorriso interrogativo, tra l’enigmatico e l’ironico, che era la sua più riconosciuta specialità.

Cosa faceva Cremonesi in biblioteca? Studiava, sì, si capisce. Ma cosa studiava? Su questo argomento non si può che congetturare, e ricavare qualche indizio dal fatto che era apprezzato cultore della poesia – che egli praticava in proprio, non senza riconoscimenti – e della critica letteraria, avendo studiato Petrarca, Manzoni, Saba e altri contemporanei. Il volume sul Petrarca si distingue in particolare per il ricco apparato critico. Si racconta che l’editore, di fronte al numero e alla consistenza delle note che esorbitavano di gran lunga rispetto al testo vero e proprio, e di cui esse erano peraltro ben più comprensibili, gli abbia proposto, maliziosamente, di intitolare il saggio: “Note sul Petrarca”. Ma Cremonesi era un signore, non raccolse, il titolo lo decise lui “ come pure”- concluse seccamente l’editore – “il numero dei suoi lettori”.

Ora il lettore curioso di Cremonesi si chiederà perché egli non abbia scritto nulla che avesse ad oggetto le lettere latine e greche, che erano il suo lavoro. Ecco, vorrei rispondere, proprio per questo, perché erano il suo lavoro. Come il Machiavelli svestiva, a notte fatta, i panni curiali di segretario della repubblica fiorentina per vestire quelli del dotto e stendere il commento alla prima deca di Tito Livio, così, si parva licet componere magnis, Cremonesi, il quale a differenza del primo non aveva che i panni che metteva per andare a scuola.